mappe|luoghi|comunità|memoria|identità
Visualizzazione post con etichetta città. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta città. Mostra tutti i post

11/03/14

Georges Perec: Specie di spazi


Specie di spazi rappresenta il lavoro svolto da Perec all'interno del progetto rappresentato da Cause commune, rivista che lo impegnò, accanto a Paul Virilio e Jean Duvignaud, tra il 1972 e il 1974. Un lavoro che, più di tutti, ha a che fare con l'indagine sociologica e antropologica. È lo stesso Virilio a contribuire alla ricostruzione della genesi del libro: «All'origine di Espèces d'espaces c'è una mia commissione. Chiesi a Perec di fare per lo spazio l'equivalente di quello che aveva fatto, in Les choses, per le cose. Mi rispose che avrebbe scritto un "bestiario di spazi", che avrebbe mostrato diverse specie, come si fa con le differenti specie d'animali». L'approssimarsi di Perec allo spazio pone come premessa metodologica la necessità di descriverlo. La sua lente di ingrandimento mette a fuoco anche i particolari più insignificanti, estrae dal contenitore che è lo spazio tutto ciò che vi è contenuto, perché solo in questo modo potrà padroneggiarlo, trasformarlo in qualcosa di comprensibile, di attraversabile. L’analisi del dato spaziale, infatti, coincide in Perec con un'indagine del quotidiano, con il fine di «intraprendere un'investigazione della vita quotidiana a tutti i livelli, nelle sue pieghe nascoste e nei suoi anfratti generalmente trascurati o rimossi». All'interno di questa riflessione, «lo spazio che accoglie gli oggetti diviene protagonista in quanto unico garante dell'ordine del mondo, unica restrizione posta dall'autore al dispiegamento incontrollato del caos», perché, in Perec, l'interrogazione dell'infra-ordinario non si limita all'osservazione e alla descrizione degli oggetti nello spazio, ma è anche una rassegna dei gesti, delle abitudini e dei rituali che contraddistinguono l'individuo nello spazio. 



In Perec, lo spazio ha bisogno di limiti, di confini, e solo in questo modo sarà possibile individuarlo e riconoscerlo. Lo spazio sconfinato, senza limiti, è una realtà sfuggente, poco riconoscibile anche dall'occhio, per il quale la distanza è concepibile solo in presenza di un ostacolo, di un limite, di una discontinuità, di qualcosa insomma che si frapponga rendendo possibile la misurazione. La scelta di aprire il libro con la riproduzione della Carta dell'Oceano tratta da La caccia allo snark di Lewis Carroll, un semplice quadrato che contiene il bianco della pagina, è sintomatica del bisogno tutto perecchiano di porre limiti allo spazio, di circoscriverlo, di delimitare ciò che, altrimenti, equivarrebbe al vuoto e, quindi, all'incomprensibile. Lo spazio che va indagato è, sostanzialmente, quello metropolitano, quello che, eccettuata la campagna, è il teatro della vita della maggior parte di una popolazione appartenente al cosiddetto mondo occidentale. È uno spazio, dice Perec, che non dobbiamo dare per scontato, che ha bisogno di essere osservato e poi riconosciuto, prima di essere indicato come tale. Fin dal principio lo scrittore parigino procede, nel modo più consono alla sua natura narrativa, a una classificazione degli spazi. Dopo la duplice dichiarazione programmatica della carta dell'Oceano e la definizione del tipo di spazio indagato nel libro, affronta quello che per lui è il primo spazio, che ha presente costantemente quando scrive perché è anche il supporto materiale su cui scrive: la pagina. Lo spazio, materia di non facile "lavorazione", è almeno inizialmente uno spazio indistinto, caotico, frammentario. Immediatamente, però, questa dimensione indistinta e inafferrabile trova un confine, un contenimento al suo proliferare irrelato nella stessa operazione della scrittura e della descrizione. La scrittura si carica in Perec di una valenza ordinatrice, in grado di avviare un faticoso ma insostituibile processo di addomesticamento del dato spaziale. Solo a partire da una delimitazione, o dalle ridotte dimensioni della pagina, lo spazio può configurarsi come una dimensione espandibile, che trova origine da un piccolo big bang iniziale, da un punto relativamente ristretto, per poi dilatarsi, proliferare, espandersi. Lo spazio originario è quello della pagina, si è detto, individuato dalle parole e dai segni di interpunzione e l'atto fisico della scrittura si manifesta come atto generativo dello spazio. Prima della scrittura, c'è il foglio bianco e, quindi, vuoto, desolato, con la scrittura nasce la dimensione spaziale, lo spazio scaturisce come qualcosa di concreto, di manipolabile. La scrittura individua dei confini, un alto e un basso, un sinistra e un destra, dà origine a uno spazio che, sfuggendo all'angustia del foglio di carta, potrà espandersi a sua volta in altro spazio, quello vivente nel ricordo, nelle associazioni. Per Perec, «Lo spazio comincia così, solo con delle parole, segni tracciati sulla pagina bianca. 



Descrivere lo spazio, nominarlo, tracciarlo, come gli autori di portolani che saturavano le coste di nomi di porti, di nomi di capi, di nomi di cale, finché la terra finiva con l'essere separata dal mare soltanto da un nastro continuo di test». Grazie alla scrittura, per tappe successive, lo spazio di Perec si dilata e si riempie, passa dal biancore del foglio di carta al biancore del letto, poi alla stanza che lo ospita e alla scrivania, poi al palazzo, alla strada, al quartiere e ancora alla città, alla nazione, al pianeta, al firmamento. La scrittura, di volta in volta, traghetta Perec verso uno spazio più vasto: come nelle fantasticherie infantili che partivano dalla pagina colorata di un dizionario illustrato, allo stesso modo, secondo gli stessi procedimenti mentali, da adulto, gli sarà sufficiente partire dalla pagina bianca del foglio di carta su cui allineerà lettere e parole. Rimangono gli interrogativi sorti intorno all'abitare, sul significato dell'abitare una camera, o un luogo. Perec si chiede se abitare un luogo significhi anche impossessarsene, o quando quel luogo diventi davvero nostro. 

Attraverso questi interrogativi si passa all'appartamento, alla sua costituzione in stanze e alla loro funzionalità, poi alle porte, che proteggono, separano, bloccano e, soprattutto, rompono e dividono lo spazio. Attraverso scale e muri si identifica il palazzo, che in La vita, istruzioni per l'uso aveva trionfato con la sua vita svelata come quella di un formicaio in un documentario naturalistico. Fuori, delimitata dall'allineamento parallelo di due serie di palazzi, la strada e, tutt'intorno, il quartiere. Il processo di espansione spaziale procede, prende il nome di città. Le due pagine conclusive di Specie di spazi (trad. Roberta Delbono, Bollati Boringhieri, 1989) rappresentano, forse in maniera definitiva, ciò che Perec pensa dello spazio, o meglio, ciò che i luoghi dovrebbero essere per essere davvero dei luoghi: «Vorrei che esistessero luoghi stabili, immobili, intangibili, mai toccati e quasi intoccabili, immutabili, radicati; luoghi che sarebbero punti di riferimento e di partenza, delle fonti. Tali luoghi non esistono, ed è perché non esistono che lo spazio diventa problematico, cessa di essere evidenza, cessa di essere incorporato, cessa di essere appropriato. Lo spazio è un dubbio: devo continuamente individuarlo, designarlo. Non è mai mio, mai mi viene dato, devo conquistarlo».

17/02/14

La città sradicata



Ne L’immagine della città l’urbanista Kevin Lynch esplorava – con il ricorso alla creazione di mappe – la modalità con cui il cittadino americano pensava e rappresentava la propria città, partendo da questo materiale – poi – per elaborare una teoria dell’abitare dello spazio urbano.

Con La città sradicata. Geografie dell’abitare contemporaneo di Nausicaa Pezzoni – edito da O Barra O – la parola, o meglio la penna, è affidata ai migranti, chiamati dall’autrice a mappare Milano, per indagare sulle modalità con cui Milano è da loro percepita e vissuta direttamente. Con uno sguardo che tradisce immediatamente l’estraneità e, allo stesso tempo, mette in luce quali dinamiche si mettano in moto dinanzi all’esplorazione e all’uso dello spazio urbano da parte di chi non ha nessuna consuetudine, legame o riferimenti col territorio.

Esplora quindi i mutamenti sociali in atto, le trasformazioni che abbiamo sotto gli occhi, soprattutto in ambito metropolitano ripartendo da dove Lynch aveva lasciato il suo lavoro con le mappe mentali, aprendo un nuovo fronte, operando un “capovolgimento” che già l’antropologia ha introdotto affidando all’Altro il compito di guardare noi che siamo sempre stati al “centro”.



I tratti, le linee, i punti, i colori utilizzati dai migranti creano una mappa (fatta di mappe) che dice più di quanto loro stessi vogliano dire, nel tentativo di raccontare graficamente lo spazio in cui si sono venuti a trovare. Dalle mappe (riportate nel libro insieme ai profili dei migranti coinvolti e note sulla costruzione della mappa) emergono punti di riferimento orientativi e funzionali, percorsi abituali, confini, benché il rapporto con questo spazio sia frammentario, recente, labile, difficile. È inedito, quindi, lo sguardo che descrive, ci è sconosciuto, o meglio, ci è estraneo. Eppure è uno sguardo, e come tutti gli sguardi, cade su vie e monumenti della città di Milano e – aspetto non indifferente – in un’ottica “progettuale”, che parte dalla riflessione immaginativa, su un tentativo di astrazione che deve comunicare visivamente l’esperienza della città. Non è l’immaginazione al potere, ma è un invito preciso a prendere posizione, a dare forma e, quindi, a conoscere, dando vita a un libro che è – prima di tutto – una narrazione.

E attraverso lo sguardo degli altri, si finisce per vedere il nostro sguardo. Possiamo interrogarci sul come attraversiamo il nostro spazio, quali siano le dinamiche che stanno alla base del nostro muoverci, da utenti della città, la nostra città.




14/02/14

Dalla Flânerie alla Deambulazione surrealista

La terra,
sotto i miei piedi,
non è altro che un immenso
giornale spiegato.
A volte passa una fotografia,
è una curiosità qualunque
e dai fiori nasce uniformemente
il profumo,
il buon profumo
dell’inchiostro di stampa
(André Breton, Poisson soluble, 1924)

Parlare di letteratura in riferimento all’atto del camminare, indagare le connessioni che hanno legato e legano il movimento del corpo nello spazio alla scrittura, non può prescindere da una seppur breve analisi della “storia del camminare”. 
Più o meno fino alla Rivoluzione Industriale camminare rimane azione legata quasi esclusivamente dalla dimensione della necessità: si compiono lunghi tragitti a piedi, a volte viaggi veri e propri, ci si sposta ogni giorno per andare al lavoro. A un progressivo cambiamento del rapporto tra uomo e camminare si assiste, dunque, in seguito alle profonde trasformazioni a cui l’economia, la società e, soprattutto, le città saranno sottoposte in seguito alla crescita tecnologica ed economica. La crescente disponibilità di risorse, la diffusione di mezzi di trasporto meccanici e l’espansione rapidissima dei tessuti urbani sono gli elementi che rivoluzionano tale rapporto, lo ridisegnano ponendolo al centro dell’attenzione. 

Non a caso, proprio in una città che, a causa della sua crescita vertiginosa, ha raggiunto un elevato grado di complessità e di “estraneità” per il suo abitante nasce la figura del flâneur, il modello per eccellenza di “esploratore” del labirinto urbano, che si affida al camminare per percorrere la città abbandonandosi senza controllo alla complessità della rete stradale, un’inesplorata foresta ai cui alberi si sono sostituiti palazzi, monumenti, edifici pubblici, in cui scorre un elemento ancora nuovo: la folla. 
In questo nuovo ambiente si muove Charles Baudelaire di cui Walter Benjamin scrive:

Nessuno si è mai sentito tanto poco a casa propria a Parigi quanto Baudelaire (*).

Si può dire che lo Spleen di Baudelaire rappresenti lo spartiacque a partire dal quale letteratura e poesia hanno incominciato a interrogarsi sul rapporto tra individuo (una volta per sempre cittadino) e spazio urbano. Le coordinate all’interno del quale l’individuo è inserito sono profondamente cambiate, com’è cambiato lo stesso paesaggio, e con essi percezioni, abitudini, necessità, paure. Nei versi di Baudelaire prende forma una “grande città che non conosce alcun vero crepuscolo della sera: l’illuminazione artificiale gli sottrae il suo lento trapassare nella notte”(**). Una città trasformata agli occhi del poeta dalla produzione di massa, che si estende in nuovi smisurati quartieri, sempre più inafferrabile, caotica, fuori misura. 
Ma Baudelaire, con la sua opera poetica che è anche nuovo manifesto del vivere lo spazio urbano, in questo caso rappresenta una premessa a ciò che sarà dopo. 

Siamo sempre a Parigi, il 24 aprile del 1921. I dadaisti Jean Crotti, Georges D’Esparbès, André Breton, Georges Rigaud, Paul Èluard, Georges Ribemont Dessaignes, Benjamin Péret, Théodore Fraenkel, Louis Aragon, Tristan Tzara e Philippe Soupault si danno appuntamento alla chiesa di Saint Julien le Pauvre per la prima escursione nella città “banale”, ordinaria. L’esplorazione di alcuni luoghi cittadini per Dada costituisce la possibilità di riconnettere arte e vita, spazio e creazione letteraria in un’unica azione. In questo senso è fatta salva l’eredità originaria del flâneur e della flânerie, che in questo modo assurge a operazione estetica, “trasformando” lo spazio urbano in qualcosa da rielaborare ospitando letture, azioni improvvisate, coinvolgimento dei passanti, distribuzione di doni e di racconti. Dada legge lo spazio urbano, e il a”banale” contenuto in esso, come luogo della freudiana ricerca dell’inconscio cittadino.



Nel 1924, ancora a Parigi, Breton, Vitrac, Morise e Argon organizzano una Deambulazione in aperta campagna. Partono in treno e raggiungono Blois, poi si incamminano a piedi fino a Romorantin. Breton racconterà questa deambulazione negli Entretiens, descrivendola come occasione di prolungate conversazioni in assenza di ogni scopo concreto che farà emergere dinamiche sconosciute nel gruppo di camminatori, sollecitando “l’esplorazione ai confini tra la vita cosciente e la vita di sogno”. Al ritorno dalla deambulazione, Breton scriverà l’introduzione di Poisson Soluble, che diventerà in seguito il Manifesto del Surrealismo. 

Con le azioni dei dadaisti prima e dei surrealisti poi, è nato un nuovo modo di stare nel nuovo spazio urbano. Da questo punto in poi la scrittura in relazione ai luoghi della città occuperà una posizione “critica”, non potrà fare a meno di porsi degli interrogativi, mettendo sotto esame la città, i suoi abitanti nell’abitarla e nell’attraversarla. Come si vedrà in seguito, in molti casi saranno gli scrittori, in anticipo o parallelamente agli studiosi, a porsi il problema di questo rapporto, avvicinando sempre più lo scrivere al movimento nella dimensione urbana. 


(*)Walter Benamin, I “passages” di Parigi, Einaudi, pag. 364
(**)Ibid, pag. 374

Bibliografia
Charles Baudelaire, Lo Spleen di Parigi, Feltrinelli
Walter Benjamin, I “passages” di Parigi, Einaudi
André Breton, Manifesti del Surrealismo, Einaudi

30/03/12

La deriva psicogeografica

Da Derive verso la libertà

L'Internazionale Lettrista sperimenta teorie architettoniche e comportamentali in base alle quali l'architettura influenza il comportamento di chi la abita ed essendo essa stessa l'espressione della classe dominante esercita una coercizione fisica, psichica, dei cittadini-sudditi.

“I diversi quartieri di questa città potrebbero corrispondere all'intera gamma di umori che ognuno di noi incontra per caso nella vita di ogni giorno”. Questo concetto di urbanismo apriva inesorabilmente le porte alla Psicogeografia.

06/02/12

Reinterpretare l'arredo urbano: Mentalgassi

Mentalgassi Street-artMentalgassi è il nome di un collettivo formato da tre street artists berlinesi, conosciuti per l’uso di grandi manifesti fotografici utilizzati per coprire elementi di arredo urbano.
 

02/02/12

Distorsioni urbane: Nicholas Kennedy Sitton

thwist3 L'artista Nicholas Kennedy Sitton lavora sulla distorsione fotografica di immagini di condominii e villette a schiera rendendo la loro percezione finale quasi ipnotica.

16/01/12

Scrivere la città. Laboratorio sperimentale a Milano

Dove: Milano, Porpora n. 9 - Colpo d'occhio

Quando: tutti i Mercoledì dall'1 Febbraio 2012 al 18 Aprile 2012 dalle ore 19,30 alle 21,30

Scrivere la città è un per-corso il cui obiettivo principale è quello di scoprire insieme le possibilità offerte dalla scrittura per "esplorare" se stessi in relazione con l'ambiente in cui viviamo. Il laboratorio, diretto dallo scrittore e giornalista Paolo Melissi, prevede una sezione tendenzialmente "teorica" (lavoro su scrittori, libri dedicati al tema) e una sezione più genuinamente operativa, con lavoro di osservazione/riflessione (prevista anche una passeggiata esplorativa), elaborazione di testi (un racconto) e confronto/lavoro sui risultati.

Il corso sarà anche arricchito dalla partecipazione di:
Deborah Pirrera, giornalista e membro delle Persone libro di Milano, che proporrà due incontri di approfondimento e studio, letterario; Barbara Caputo, antropologa, che si occuperà di "pratiche dell'abitare" per vivere meglio i propri luoghi; Cristina Balma-Tivola, antropologa, che proporrà un incontro-laboratorio dedicato alle "mappe cognitive".

Il costo complessivo è di 220,00€. E' però anche possibile seguire singoli incontri a scelta. 
Per informazioni e prenotazioni rivolgersi a pluriversi@gmail.com

CALENDARIO

1 febbraio: Introduzione al laboratorio - La città e la scrittura (Paolo Melissi)
8 febbario: Percorrere/Scrivere la città (Paolo Melissi)
15 febbraio: Gli scrittori della città I (Deborah Pirrera)
22 febbraio: Microfisica dello spazio (Barbara Caputo)
29 febbraio: Le mappe cognitive (Cristina Balma-Tivola)
7 marzo: Esploriamo il territorio: via Padova (Paolo Melissi)
14 marzo: Dalla strada alla carta (Paolo Melissi)
21 marzo: Gli scrittori della città II (Deborah Pirrera)
28 marzo: Le mappe sensoriali (Barbara Caputo)
4 aprile: "Costruiamo un racconto" (Paolo Melissi)
11 aprile: Lavoriamo sui racconti (Paolo Melissi)
18 aprile: Entriamo nei racconti - Conclusioni (Paolo Melissi)

29/09/11

Arte pubblica: Möbius

Nella città di Melbourne, Australia, è stato realizzato un progetto d'arte pubblica dal nome Möbius consistente in 21 triangoli verdi che potevano essere posizionati in diversi modi così da realizzare di volta in volta una scultura diversa.
Le fotografie di ciascuna composizione e del passaggio graduale dall'una all'altra sono quindi state montate in un video che restituisce la sensazione del movimento, come se l'opera fosse animata.


MÖBIUS from ENESS on Vimeo.

26/09/11

Da blocchi di cemento a mini palazzi

 
Evol è uno street-artist tedesco che reinterpreta con lo stencil blocchi di cemento e superfici di di arredamento urbano 'di servizio' quali centraline elettriche, telefoniche ecc. come palazzi seriali di otto/dieci piani e isolati, con tante finestre rigorosamente tutte uguali.


08/09/11

Pine Point. La storia di un villaggio che non c'è più


Welcome to Pine Point è un prodotto crossmediale realizzato dal National Film Board of Canada nel 2010.
Pine Point è una cittadina che non esiste più. Negli anni, una serie di motivi (primo tra i quali la chiusura nel 1987 della miniera che dava sostentamento alla città) hanno portato alla cancellazione del nucleo abitativo, tanto che non ne è rimasta traccia nemmeno sulla mappa.

25/06/11

La Libera Città di Christiania


Christiania rimane in vita, riscattando per 10 milioni di euro il terreno sul quale sorge. Gli 'occupanti' - in futuro legittimi proprietari - di una vasta ex area militare abitata abusivamente dal 1971 potranno rimanervi e continuare a vivere nella Libera Città con la propria valuta, le proprie leggi, la proprio democrazia diretta, nonché tutta una serie di negozi e servizi quali la sauna, il ristorante, l'asilo per i bambini ecc. Come troveranno il denaro non si sa, ma qualcosa faranno - d'altronde l'inventiva non manca loro, visto che in passato alcune loro idee per soluzioni ecocompatibili si sono poi diffuse ben oltre i confini locali, come nel caso delle biciclette a tre ruote con carrello porta-bambini.

13/06/11

Favela Painting - Il colore che vivifica Santa Marta

Favela Painting è un progetto di rinnovamento urbano ideato dai designer olandesi Jeroen Koolhas e Dre Urhahn nella comunità di Santa Marta a Rio de Janeiro. Questo l'aspetto della favela prima dell'intervento:


Questo il progetto, per il quale s'è provveduto a un progetto di formazione degli abitanti del luogo alle tecniche e alle misure di sicurezza necessarie per realizzare l'intervento.

10/06/11

Panorami sensoriali della città

Paolo Melissi, amico blogger e 'collega', ha scritto oggi un pezzo su Facebook molto intrigante. Ve ne riporto uno stralcio perché a partire da questo vi proporrei un gioco.

"La cosa che più abbonda in natura è il panorama 
e con la strada che si apre andando da Cairoli verso il Duomo si apre un altro panorama - un impatto, uno scontro invisibile, l'urtare contro - la cui complessità non è discussa dalla velocità dello spostamento.
Panorama sonoro: La musica della serie a cartoni animati di Heidi, quella che fa "Piccola / Con un cuore così". Dopo qualche metro ancora lacera il tessuto della musica una serie di versi acuti provenienti da bocca umana.

04/06/11

Sinfonie della città: Ruttmann e Goldenbeld

Walter Ruttmann (Francoforte sul Meno, 28 dicembre 1887 – Berlino, 15 luglio 1941) si avvicina alle problematiche avanguardiste del cinema di puro ritmo e astratto realizzando tra il 1919 e il 1925 cinque film, che genericamente intitola Opus (I-V), in cui fa muovere forme geometriche piane nella terza dimensione apparente, riuscendo così a creare l’illusione di cubi, sfere e parallelepipedi che «danzano» su tempi metronomicamente determinati, retti da musiche da lui appositamente composte. Esaurita la ricerca sul cinema astratto, ne applica i risultati sul ritmo nel documentario Berlin: Die Sinfonie der Großstadt(1927, 65min). Film muto, esso viene nondimento musicato con una partitura per orchestra a opera di Edmund Meisel, che potete ascoltare nella clip che vi propongo in questa sede.

22/04/11

Constant Nieuwenhuys e la nuova Babilonia

Nel 1956, l'artista olandese Constant Nieuwenhuys iniziò a lavorare su una proposta architettonica visionaria per una società futura.
La nuova Babilonia era ispirata e contribuito al lavoro dei situazionisti, un gruppo di intellettuali, teorici e scrittori ispirati dalle pratiche di Dada e Surrealismo.




Elaborata in una serie infinita di modelli, disegni, incisioni, litografie, collage, disegni architettonici e photocollages, come pure in manifesti, saggi, conferenze e film, la nuova Babilonia prevede una società di automazione completa, in cui la necessità di lavorare viene sostituita con una vita nomade e il gioco creativo.

Gli spazi della nuova Babilonia erano destinati ad essere spazi di disorientamento e di riorientamento. La sua architettura era quella di un'armatura complessa su cui potrebbero essere tessute all'infinito nuove, imprevedibile personale urbane esperienze, determinate dai desideri individuali in mutamento. Una vasta rete di enormi spazi interni multilivelli si propagava per alla fine coprire il pianeta. Questi "settori" interconnessi galleggiavano sopra la terra su alte colonne, mentre il traffico veicolare veniva spostato sopra o sotto il piano dove gli abitanti, a piedi, attraversavano enormi interni labirintici, all'infinito, ricostruendo le atmosfere degli spazi.

Nel progetto di Nieuwenhuys la vita sociale diventa gioco architettonico, così come l'architettura diventa una vibrante rappresentazione di desideri interagenti.

Tralasciando la forza visiva e a volte poetici sfumature dei suoi modelli, dipinti e disegni, nuova Babilonia solleva molte domande relative a questioni di interesse contemporaneo: quale ruolo può giocare l'architettura nel cambiamento sociale e politico? Quale ruolo dovrebbe assumere un architetto nel determinare la direzione e il carattere di cambiamento?




E infine: quanto è importante la progettazione dello spazio nell'insieme delle attività umane? Si può progettare di "cambiare il mondo" per tale tramite? E se sì, come?



Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...