mappe|luoghi|comunità|memoria|identità
Visualizzazione post con etichetta luogo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta luogo. Mostra tutti i post

16/01/12

Scrivere la città. Laboratorio sperimentale a Milano

Dove: Milano, Porpora n. 9 - Colpo d'occhio

Quando: tutti i Mercoledì dall'1 Febbraio 2012 al 18 Aprile 2012 dalle ore 19,30 alle 21,30

Scrivere la città è un per-corso il cui obiettivo principale è quello di scoprire insieme le possibilità offerte dalla scrittura per "esplorare" se stessi in relazione con l'ambiente in cui viviamo. Il laboratorio, diretto dallo scrittore e giornalista Paolo Melissi, prevede una sezione tendenzialmente "teorica" (lavoro su scrittori, libri dedicati al tema) e una sezione più genuinamente operativa, con lavoro di osservazione/riflessione (prevista anche una passeggiata esplorativa), elaborazione di testi (un racconto) e confronto/lavoro sui risultati.

Il corso sarà anche arricchito dalla partecipazione di:
Deborah Pirrera, giornalista e membro delle Persone libro di Milano, che proporrà due incontri di approfondimento e studio, letterario; Barbara Caputo, antropologa, che si occuperà di "pratiche dell'abitare" per vivere meglio i propri luoghi; Cristina Balma-Tivola, antropologa, che proporrà un incontro-laboratorio dedicato alle "mappe cognitive".

Il costo complessivo è di 220,00€. E' però anche possibile seguire singoli incontri a scelta. 
Per informazioni e prenotazioni rivolgersi a pluriversi@gmail.com

CALENDARIO

1 febbraio: Introduzione al laboratorio - La città e la scrittura (Paolo Melissi)
8 febbario: Percorrere/Scrivere la città (Paolo Melissi)
15 febbraio: Gli scrittori della città I (Deborah Pirrera)
22 febbraio: Microfisica dello spazio (Barbara Caputo)
29 febbraio: Le mappe cognitive (Cristina Balma-Tivola)
7 marzo: Esploriamo il territorio: via Padova (Paolo Melissi)
14 marzo: Dalla strada alla carta (Paolo Melissi)
21 marzo: Gli scrittori della città II (Deborah Pirrera)
28 marzo: Le mappe sensoriali (Barbara Caputo)
4 aprile: "Costruiamo un racconto" (Paolo Melissi)
11 aprile: Lavoriamo sui racconti (Paolo Melissi)
18 aprile: Entriamo nei racconti - Conclusioni (Paolo Melissi)

21/07/11

ETNOGRAFIA "IN LOCO": comprendere i luoghi



Appello a manifestazione d'interesse
e di partecipazione


L’associazione culturale Fieldworks di Torino e l'associazione culturale Pluriversi di Milano lanciano un appello alla partecipazione, rivolto a studenti e laureati dai 18 ai 30 anni, a un workshop gratuito sui luoghi e sull’abitare da svolgersi nella primavera 2012 a Torino o a Milano come iniziativa europea Youth in Action.


Chi
Giovani dai 18 ai 30 anni, preferibilmente studenti universitari, laureandi o laureati in corsi di laurea di architettura, urbanistica, e discipline sociali.

Perché
Molti studenti o laureati che andranno a lavorare in futuro su pianificazione/progettazione di spazi urbani, coesione sociale e territorio, iniziative di comunità ecc. spesso hanno scarsa competenza pratica di osservazione e interpretazione del contesto sociale e culturale e del dialogo con gli abitanti dei luoghi, mentre tale premessa è essenziale.

Cosa
Il workshop consiste in a una settimana di formazione e iniziative collegate finalizzato a imparare concretamente – lavorando con scrittura/fotografia/video – a fare ricerca etnografica (osservazione partecipante e interpretazione dei dati) sul contesto sociale e culturale in ambito urbano, sulla costruzione di senso intorno all’abitare, e sulle pratiche che gli abitanti intessono intorno ai luoghi in cui risiedono.

Come
Nel contesto del lavoro i partecipanti produrranno un'etnografia condivisa che verrà pubblicata online – per dare massima visibilità ai partecipanti e massima possibilità di condivisione della riflessione profotta con le reti territoriali e culturali di potenziale interesse e affinità già esistenti.

Quando
Una settimana nella primavera 2012, con pre-iscrizione entro il 20 ottobre 2011.

Dove
A Torino o Milano, in relazione alla preferenza della maggioraza dei pre-iscritti.
 


COME ISCRIVERSI!
 
Per partecipare al workshop, scrivete entro il 20 ottobre 2011 un'email a:

Cristina Balma-Tivola cbalmativola@yahoo.com
oppure Barbara Caputo o Paolo Melissi pluriversi@gmail.com

indicando:
  • nome e cognome
  • data di nascita
  • sintetica autopresentazione
  • ragioni di interesse
  • città di preferenza per lo svolgimento del workshop (tra Torino e Milano).

La partecipazione è gratuita e la preiscrizione, pur se consigliata (sarà ammesso un massimo di 20 partecipanti), non è vincolante alla partecipazione.


17/01/11

"UN/COMMON PLACES. Luoghi Non Comuni"

Il progetto UN/COMMON PLACES. Luoghi Non Comuni è dedicato alla realizzazione di mappe di località, e alla conseguente riflessione su memoria, comunità e identità culturale e dei luoghi.
Il progetto prende il nome da un laboratorio tenuto
lo scorso anno a Londra da me e Captain Mapp, ma vuole diventare un work in progress articolato in laboratori e riflessioni sui temi indicati ovunque ce ne sarà l'occasione.

 
Lavorare con le mappe significa visualizzare sulla carta non la rappresentazione cartografica, standardizzata e in scala di un luogo, bensì fissarne - secondo la propria sensibilità, il proprio stile, i propri interessi - quei luoghi che sono (stati) simbolici per la propria vita e discutere di questi spazi vissuti, e intrisi di memoria e di desiderio, con altri individui che abitano lo stesso territorio, che fanno parte in qualche modo della medesima 'comunità'.


Se l'argomento vi interessa, e/o volete proporre link, segnalazioni, progetti analoghi, collaborazioni, siete i benvenuti: mettete un link  a questa pagina, iscrivetevi come lettori fissi e/o scrivetemi a cbalmativola@gmail.com
E nel frattempo tornate qui di tanto in tanto per verificare le novità ;-)

21/11/10

Hackney (London) /2

Di qui chiedemmo ai partecipanti di cominciare a disegnare ciascuno la propria mappa individuale del quartiere, e quelli che seguono sono momenti e risultati del loro/nostro (perché la disegnammo anche noi!) lavoro.

© Martina Macconi
© Cristina Balma-Tivola
© Cristina Balma-Tivola
© Cristina Balma-Tivola
© Cristina Balma-Tivola
© Cristina Balma-Tivola
© Cristina Balma-Tivola

Le mappe così realizzate vennero appese al muro, e le persone - in un momento di pausa in cui mangiammo torte e bevemmo the gentilmente preparati dai ragazzi del centro - man mano illustrarono agli altri partecipanti la loro mappa. Emersero non solo ricorrenze interpretative dei luoghi, ma anche sensazioni rispetto a questi, e molte osservazioni che investivano la percezione sensoriale del territorio. Per tutti, la grande sorpresa del verso degli uccelli, la presenza di animali abitualmente percepiti altrove come selvatici, e la frequente ricorrenza di spazi verdi.

La seconda parte del lavoro consistette nella creazione di una mappa collettiva, e visto che non si riuscivano a individuare modalità per sbloccare l'impasse della sua concezione, Chris si buttò a terra su un grande foglio che avrebbe ospitato la nostra mappa collettiva e chiese che qualcuno disegnasse il contorno del suo corpo. Facemo tutti lo stesso, quindi contemplammo le sagome e indicammo cosa ci ricordavano. Da qui macro-temi, nei quali ciascuno, poi, liberamente, inserì scritte e ulteriori disegni.
© Martina Macconi
© Martina Macconi
© Martina Macconi
© Martina Macconi
Fu così che avemmo temi quali gli animali, il cibo, le cose nocive, le paure, i motivi di attrazione e altri ancora. Il laboratorio aveva messo insieme persone di diversa età e di diverso genere, per non menzionare le nazionalità rappresentate e le ragioni del legame col quartiere. Ci aveva fatto ragionare e stare insieme, in modo libero e concreto, e giocando ci aveva permesso di conoscerci, e produrre qualcosa di individuale e collettivo allo stesso tempo. Memoria, interpretazione e desiderio s'erano incontrati d'incanto - anche solo per un istante - in una microcomunità estemporanea. E felice.

Hackney (London) /1

Il laboratorio di cui parlo oggi è in realtà avvenuto lo scorso 24 aprile 2010  ad Hackney, Londra (UK), ed nato dalla mia volontà di giocare con altre persone - con il disegno, la memoria, il dialogo e la percezione di un luogo urbano - nel quartiere in cui vivevo, un'area del nord-est della città caratterizzata dalla presenza di immigrati di diverse origini culturali o religioni differenti . Tali comunità sono in realtà relativamente separate tra loro in aree diverse, all'interno dello stesso quartiere, in base alla distanza dal centro della città (la cosiddetta 'city') così che alla fine ciascuna specifica identità culturale abita questo triangolo/porzione di corona circolare delimitata a ovest dal quartiere invero più fashio di Islington e a est l'area più depressa ma anche modaiola di Tower Hamlets. In mezzo a tali presenze, che annoverano pachistani e indiani, così come africani di origine caraibica e infine - nella zona più a nord - ebrei ortodossi, si muove tutta la fauna di giovani bohemien, artisti (veri o presunti), studenti, e via dicendo. Fino a pochi anni fa terra di nessuno in mano a bande di ragazzini e ad alta densità criminale, il quartiere è ora stato rivalutato da generose ristrutturazioni, recuperi di spazi industriali, e rivalorizzazioni di aree caratteristiche con l'incremento di attività commerciale (cfr. il Broadway Market, mirabile esempio di efficace invenzione di tradizione).
Hackney ospitava in quel periodo, ed è il luogo ove si svolse il laboratorio, anche un centro occupato/sociale di ispirazione libertaria, dove le persone che lo desideravano potevano recarsi e chiedere la disponibilità dello spazio per realizzare una qualche attività gratuita per la gente della zona.

Nei primi tempi in cui ero a Londra, così come ho scritto in altri post, contattai Captain Mapp, che aveva già una lunga esperienza di conduzione di laboratori quali quello che mi accingevo a proporre. L'idea era realizzare una giornata/pomeriggio di incontro, suddiviso in due momenti con una pausa in mezzo, nel quale portare i partecipanti - che in qualche modo avevano qualcosa a che fare con il quartiere o perché vi vivevano, o perché vi si recavano per lavoro, o ancora perché lo attraversavano per qualche ragione nella loro vita quotidiana - a disegnare prima una mappa di come percepivano affettivamente il luogo, e quali ne fossero i luoghi simbolici dal loro personale punto di vista - e poi a disegnare tutti insieme una mappa collettiva del quartiere.
Captain Mapp fu subito entusiasta dell'ipotesi e così decidemmo di svilupparla insieme, preparandone l'articolazione in un pomeriggio, realizzando i flyers (dove lui li disegnò e impostò graficamente, mentre io ne scrissi i testi e inventai il nome del progetto Un/Common Places) e la promozione relativa.

© Cristina Balma-Tivola
I ragazzi del centro occupato di Mare Street (quello era il luogo che ci avrebbe ospitato) ci diedero un aiuto enorme, volantinando e attacchinando i flyers ovunque - pure su una pubblicità che riecheggiata il concetto di mappe, ma che essendo un'azione istituzionalizzata e pubblicitaria, poco aveva a che fare con il senso profondo del nostro gioco, invero molto serio, sulla memoria, il luogo e l'identità.

Il giorno del lavoratorio io e Chris (il capitano!) mangiammo qualcosa insieme fuori dal centro occupato, poi aspettammo l'arrivo dei partecipanti. Quando fummo una ventina di persone, nell'area antistante il bar del centro, iniziammo il lavoro, spiegando in pochi minuti la nostra proposta e le ragioni di desiderio di conoscenza e di condivisione delle percezioni del luogo che vi stavano dietro. Decidemmo di cominciare con un gioco, consistente nello scrivere su pezzetti di carta, tre posti specifici simbolici di qualcosa - nel bene o nel male - per ciascuno di noi all'interno del quartiere. Raccogliemmo i foglietti e ne raggruppammo secondo i luoghi comuni indicati, chiedendo chi li avesse scritti. Persone diverse per genere, età, provenienze riconobbero che in alcuni casi indicarono lo stesso posto. Cominciammo a chiedere le ragioni di tale scelta e i legittimi autori le spiegarono. Il ghiaccio era rotto.

11/10/10

Identità, luogo, comunità: appunti per un dibattito

Identità culturale, etnocentrismo, etnocentrismo critico

L’‘identità’ si riferisce alla percezione che ogni individuo e ogni gruppo ha di se stesso. Questa percezione non è solo il risultato di una presa di consapevolezza dell’individuo o del gruppo, bensì risulta dal riconoscimento reciproco fra l’individuo e la società cui egli appartiene e con la quale intrattiene relazioni.
L’aggettivo ‘culturale’ deriva dal termine ‘cultura’ – qui intesa come patrimonio di norme di condotta, valori, usi e linguaggio che uniscono gli individui. L’‘identità culturale’ di una persona è quindi un insieme di numerose identificazioni particolari riferite ad altrettante appartenenze culturali distinte, in continuo mutamento. Essa presuppone contemporaneamente l’iscrizione in due dinamiche: la prima è quella del rapporto di assimilazione/diversificazione rispetto a un altro (ovvero l’’io’ si costituisce a partire dal rapporto con un altro ‘simile a’ o ‘diverso da’ me), la seconda è quella del rapporto individuale/collettivo (ovvero il precedente rapporto di assimilazione-identificazione avviene anche tra individuo e comunità/gruppo/società e tra gruppi tra loro).

Una caratteristica che l’antropologia ha individuato come ricorrente in tutti i gruppi umani è la tendenza ad ascrivere la qualità dell’umanità esclusivamente a se stessi, dei quali gli individui danno un’opinione positiva, mettendo per contrasto in luce negativa coloro che vivono al di fuori delle proprie frontiere linguistiche, culturali o di classe. L’‘etnocentrismo’ indica la tendenza a considerare il proprio gruppo come centro di ogni cosa e a giudicare gli altri gruppi, le altre società, le altre culture e le loro forme culturali religiose, artistiche, sociali, morali come inferiori ai propri modelli culturali. Il risultato di questo modo di definire se stessi e gli altri è un’idea dell’umanità come costituita da agglomerati più o meno ampi di esseri umani in cui la classificazione tra noi e gli altri, viene assolutizzata sulla base dell’individuazione di determinate qualità – reali o presunte – che sarebbero distintive degli individui appartenenti ai gruppi in questione e che traccerebbero confini invalicabili tra i gruppi. Nello stesso tempo la propria cultura, con tutti i suoi modelli di riferimento e comportamento, viene identificata come ‘la’ cultura in assoluto – l’unica valida, autentica, naturale, originaria e, quindi, ‘umana’.
La proposta formulata dall’antropologo Ernesto De Martino [cfr. (1977), La fine del mondo, Einaudi, Torino] come parziale soluzione dell’impasse che qualsiasi membro di qualsiasi diversa comunità umana ragioni così, consiste nel porsi davanti agli altri con quello che egli chiama l’‘etnocentrismo critico’, vale a dire la consapevolezza che qualsiasi interpretazione e valutazione daremo dell’altro, questa non potrà non essere frutto di una specifica prospettiva culturale e pertanto relativa. Ma proprio il confronto dei nostri valori e dei nostri modelli di riferimento con quelli degli altri sarà ciò che permetterà di tornare a possedere i nostri con accresciuta consapevolezza critica.


Identità etnica

Nel parlare del rapporto tra identità collettiva e luogo, sembra essere utile il fare riferimento alla nozione di ‘identità etnica’, che nella formulazione di Ugo Fabietti [(1998), L’identità etnica, Carocci, Roma] è una vera e propria costruzione simbolica - prodotto di circostanze storiche, sociali e politiche determinate – che consiste in una definizione di sé e/o dell’altro basata su rapporti di forza tra soggetti differenti che insistono sullo stesso territorio per l’accesso alle medesime risorse.
La definizione di sé e/o dell’altro in termini di costruzione simbolica avviene promuovendo una rimozione della realtà storica del gruppo, delle relazioni tra i gruppi sul medesimo territorio e dei rapporti di forza che li hanno visti protagonisti e sostituendo tale rimozione con una memoria storica reale o presunta (memoria etnica), giustificando come naturali - quindi assoluti, eterni, giusti - quegli elementi che definiscono i gruppi in competizione, così che pur se le etnie sono delle realtà immaginate piuttosto che delle entità reali, coloro che vi si riconoscono le percepiscono come concrete e oggettive.

L’antropologo italiano Carlo Tullio-Altan ha individuato cinque elementi sulla base dei quali un gruppo culturale elabora/produce/articola la propria identità etnica [cfr. (1995), Etnos e civiltà, Feltrinelli, Milano]:
1) un primo elemento è appunto l’epos, ovvero la trasfigurazione della ‘memoria storica’: un gruppo umano ricorda il proprio passato e lo guarda attraverso i suoi aspetti positivi come qualcosa che dà prestigio, dignità e appartenenza;
2) un secondo elemento è il modo di convivere attraverso le norme e le istituzioni di un certo gruppo sociale – istituzioni che anch’esse vengono assunte come qualcosa che dà significato alla vita collettiva, dandole il senso di appartenere a qualcosa di nobile: Tullio-Altan chiama questa componente ethos;
3) un altro elemento è costituito dalla lingua, il logos, che permette di comunicare e agire alla/nella comunità;
4) un’altra componente significativa è data dalla sensazione di appartenere a una discendenza ancestrale, un genos, di essere cioè collegati – attraverso una sequenza di generazioni – a una dimensione extra-temporale/atemporale che dà parimenti a un popolo, una società, una comunità la sensazione di appartenenza a una stirpe e fonda un sistema di rapporti di parentela;
5) infine l’ultima componente è il territorio, il topos, che va difeso e protetto, secondo un istinto che unisce uomini e animali: quando le dimensioni del territorio necessario a una comunità diventano molto ampie, esse vanno a includere anche lo spazio vitale di altre collettività e su questa base accadono conflitti per l’accesso a quelle risorse, presenti nello stesso luogo, che le diverse identità etniche rivendicano per sé.


Spazio e luogo

Quando parliamo di territorio, sembra utile richiamare la distinzione, nella lingua italiana, tra due termini (e concetti) – spazio e luogo. Il termine ‘spazio’ indica un’area infinita e illimitata, ma anche indefinita. Al contrario, il termine ‘luogo’ designa una porzione, più o meno ampia, di un territorio o di una regione.
Lo spazio è un’area sulla quale agiscono forze esterne, costanti e generali per tutto il pianeta. Tutta la superficie terrestre si può misurare e descrivere in modo analogo (per mezzo di convenzioni simboliche), può essere incasellata in apposite griglie e riprodotta su mappe, nonché posizionata su queste in relazione a riferimenti esterni quali i punti cardinali ecc. Rispetto a uno spazio che non conosce, l’individuo attuerà una serie di strategie per orientarvisi quali il seguire indicazioni, leggere mappe, consultare bussole – ovvero relazionerà se stesso a un sistema di coordinate che qualcun altro ha elaborato in precedenza per localizzare la posizione in cui egli si trova e di qui muoversi dove deve andare.

Ma l’uomo sembra anche avere un bisogno universale di definire, delineare, delimitare, ovvero di produrre luoghi culturali e simbolici per poter vivere, per poter sfuggire a una spazialità che sfugge al suo controllo e alla sua comprensione – e infine alla sua stessa possibilità di orientarvisi. Per tale ragione, in parallelo o indipendentemente dall’orientarsi in un territorio sulla base di sistemi standardizzati, l’uomo tende sempre a individuare in uno spazio i propri nuovi e personali punti di riferimento, ovvero tende ad addomesticarlo.
Caratteristica di questo spazio percepito – il luogo – è l’assenza di uniformità: l’ambiente esterno non è un qualcosa di oggettivo, semplice, immediato, ma qualcosa che, nel momento stesso in cui è percepito, è già determinato da un individuo secondo una forma simbolica. L’ambiente circostante a sé viene organizzato dall’individuo mediante una ‘trama’ di riferimenti intrecciata alle proprie conoscenze (si tratta quindi di processo ‘attivo’, nel senso che l’individuo elabora le informazioni esterne a partire da conoscenze locali pregresse di un luogo). Lo spazio diventa luogo, e manifesta una condizione fisica e affettiva di rapporto con l’individuo, e – soggettiva e relativa – tale concezione assume la prospettiva del protagonista (individuo o collettività): ad esempio, quando usiamo l’avverbio di stato in luogo ‘qui’ possiamo indicare l’Italia, o – nello specifico di questo incontro – Carugate o Atrion.

Lo spazio viene a essere cioè determinato dai corpi che vi agiscono: può essere quello in cui viviamo abitualmente e del quale eventualmente ignoriamo anche il nome delle vie perché non necessario per i nostri scopi o quello in cui riconosciamo determinati elementi (lo stile architettonico di un palazzo, l’angolo tra due strade in cui è accaduto qualcosa di significativo nella nostra vita) sufficienti a farci capire se stiamo andando nella direzione che vogliamo.


Località e comunità

Il luogo così costruito, addomesticato, apre a un’altra nozione, quella di località. La ‘località’ è un concetto che pertiene all’individuo-in-relazione e che consiste nella percezione del luogo, delle sue dinamiche e delle sue peculiarità da parte di coloro che l’hanno creato (e/o che lo abitano); in questo senso è in diretta relazione con il processo attivo di orientamento nello spazio e con la nozione di luogo. Ma la località così concepita è anche in diretta relazione con il senso d’appartenenza a un ‘noi’ collettivo – interno al luogo – rispetto a un ‘altro’ (o più ‘altri’) esterno a quel luogo e in tal senso tale concetto si lega strettamente alla questione dell’identità.
Il Giappone contemporaneo, ad esempio, prevede un’organizzazione spaziale in cui, salvo poche strade di recente denominazione, le città sono costituite da agglomerati di case dove coesistono antiche e nuove costruzioni senza un ordine apparente, senza indicazioni topografiche, senza numeri civici progressivi, pertanto la soluzione per orientarsi consiste unicamente nel chiedere indicazioni alla cittadinanza locale che, in virtù di un’ospitalità verso l’estraneo codificata culturalmente, fornisce risposte precise e mappe schizzate puntuali [cfr. Roland Barthes (1984), L’impero dei segni, Einaudi, Torino e Giorgio Arduini, comunicazione personale].

Cosa accade quando persone che si riconoscono afferire a ‘noi’ differenti ‘insistono’ sullo stesso luogo? In primis, rischia di emergere un conflitto di tipo etnico – e la società italiana contemporanea ne è un esempio calzante, con la presenza ormai strutturale di comunità di diversa origine culturale e al contempo il riemergere di identità locali ‘autoctone’ che rivendicano la priorità di diritti sul territorio.
Ma, se a livello della dimensione locale si può concretizzare il rischio del conflitto sociale, nella stessa vi è anche la possibilità di sperimentare relazioni faccia-a-faccia e di discutere concretamente i propri riferimenti simbolici e le concezioni della propria identità. Questa sembra un’ipotesi di soluzione del potenziale conflitto sociale particolarmente realistica e percorribile nel caso della società italiana – fortemente connotata dall’abitudine alla soluzione dei problemi e delle sfide della contemporaneità a livello locale, con sperimentazioni, innovazioni, tentativi ‘dal basso’.
Condividere la memoria e la percezione soggettiva del luogo in cui viviamo può essere una di queste strategie di incontro/confronto/condivisione, e – nel caso più felice – potrebbe addirittura svelarci che, nel nostro essere assolutamente ‘unici’, abbiamo ciononostante tratti in comune con altri ‘noi’ che abitano lo stesso territorio. Una premessa alla quale vale la pena guardare per costruire modi particolari, locali, inediti per vivere insieme – per costruire nuove appartenenze collettive e nuove ‘comunità’.

10/10/10

Mappe di località, un laboratorio a Carugate (Milano)

Alcune settimane orsono venni contattata da Davide Zucchetti - promotore, insieme ad altri 'ragazzi', della realizzazione di una mostra fotografica dedicata all'identità culturale e al luogo di Carugate, cittadina in provincia di Milano. Davide mi chiedeva la disponibilità del mio video Identità culturale, realizzato nel 2003 e ispirato a Lo studio dell'uomo di Ralph Linton, per usarlo come 'sfondo teorico' a tale mostra, mettendolo in loop nello spazio espositivo in cui sarebbero state esposte appunto immagini fotografiche b/n del paese negli anni '70 e una raccolta di frasi sul tema dell'identità tratte da poesie e brani letterari. Tale iniziativa rientrava nelle 'azioni' previste all'interno della Biennale d'Arte Popolare, alla prima edizione, organizzata a Carugate e sostenuta dagli enti locali in collaborazione con l'Accademia di Brera e alcune altre realtà cittadine ed extra-cittadine.

Incuriosita dall'idea di un gruppo di persone che si stava interrogando sul cambiamento culturale di un paese, rilanciai con - a mia volta - la proposta di partecipare di persona alla serata inaugurale tenendo un incontro sul tema "Identità, luogo e comunità", e di incontrare il gruppo dei 'ragazzi' che se ne stava occupando insieme a Davide in anticipo, per dare loro la mia opinione sull'allestimento e concordare lo svolgimento della serata in base ai loro interessi/obiettivi.
Fu così che venerdì 24 settembre mi recai a Carugate e li incontrai, per scoprire che i 'ragazzi' erano un gruppo di battaglieri coscritti sulla sessantina - che il tempo non aveva affatto reso meno polemici e appassionati, vivi, curiosi, e critici. Un genere di persone tra le quali mi trovo spesso bene. E così fu pure stavolta - sebbene posso io stessa immaginare le loro perplessità per una che arriva 'da fuori' e propone loro roba apparentemente 'assurda'.

La 'roba assurda' che ho proposto loro è stata di parlare 5 minuti del tema per poi animare un laboratorio sulle mappe cognitive del luogo, o di comunità, o di località, o parish maps - chiamiamole come vogliamo. In sintesi, seguendo la lezione situazionista e la psicologia cognitiva, ciò che chiedo in questi laboratori è di disegnare delle mappe che non siano cartografie in scala di un territorio, ma rappresentazioni di come un individuo 'sente' quel luogo - ovvero di disegnare tracciati delle strade che percorre/attraversa nella sua vita quotidiana, di segnare posti per lui simbolici nel presente o nel passato, per far capire ad altri cosa vede lui/lei quando 'vive' un determinato posto (in questo caso, un paese di cui è cittadino).

E alla fine così è stato: mercoledì 6 ottobre sono andata di nuovo in questo posto davvero ben curato e amato da chi lo frequenta e/o gestisce, Atrion, centro socioculturale con annessa biblioteca cittadina, e lì ho visto montata la mostra. Semplice, pulita, ma profonda e stimolante, ciò che secondo me una cosa del genere dovrebbe essere. Il pubblico ha cominciato da affluire per poi, verso le 21, riunirsi nel salone in cui - anche qui con scelte dell'ultimo momento e con molta autogestione/autorganizzazione/improvvisazione - è stata presentata l'iniziativa e io a mia volta ho dato il via alla proposta. Sul tema che avrei voluto trattare mi sono limitata appunto a pochi minuti - il testo integrale da scaricare Identità, luogo, comunità: appunti per un dibattito, se foste interessati, ve lo rendo disponibile qui.

Poi ho proposto appunto la creazione di queste mappe e lì le persone (tra le 40 e le 50 a occhio e croce) hanno aderito con un inaspettato entusiasmo. Presi fogli A3 e cominciato a disegnarvi sopra individualmente o in piccoli gruppi di 2-3 persone, hanno concluso questa prima 'tappa' della serata per poi dedicarsi al meritato rinfresco, dal quale rientrare nel momento in cui io e Davide le abbiamo chiamate a raccolta dopo aver appeso su una vetrata di Atrion i loro lavori.
Qui ho chiesto loro di raccontare la propria mappa, ed è stato davvero affascinante verificare il loro piacere e la loro facilità nel raccontarsi nel momento in cui avevano uno 'strumento' visivo cui anche gli altri - gli uditori - potevano riferirsi per orientarsi nel paese attraverso gli occhi, il disegno e il racconto del narratore, così come è stato commovente vedere che alla narrazione del singolo facevano eco approvazione, commenti e condivisione di ricordi degli altri uditori, portando ciascuno a propria volta - sullo stimolo del protagonista del momento - le proprie storie e condividendole con gli altri.

Le persone erano sorridenti, felici e un po' malinconiche - ma sempre lo si è parlando del proprio passato e di quando 'si era giovani'. Nondimento, concretamente, sono venute fuori ipotesi per il futuro del paese - ora città - e a quel punto la mia proposta è stata di concludere la serata con una 'mappa collettiva del desiderio', che ritraesse come si voleva fosse la città in futuro. Ripristinare vie d'acqua coperte nel tempo dal cemento, individuare un'area per una grande piazza per una potenziale socializzazione - specie in orario serale - di contro all'assenza di un luogo atto a questo scopo, l'installazione di panchine dove le persone possano vedersi reciprocamente e parlare, qualche gelateria o osteria (o entrambe, per soddisfare i desideri di tutti) aperta in area centrale in orario serale, più piste ciclabili, e vie chiuse al traffico nell'area della futura piazza, ma uno scorrimento migliore per quelle destinate a portare i milanesi nei centri commerciali della zona - che invero non provocavano troppe critiche per concorrenza o simili, quanto piuttosto per il traffico e l'inquinamento che hanno portato in paese.

La serata si è conclusa piacevolemente con la produzione di quest'ultimo lavoro, e il ritorno a casa soddisfatto delle persone che vi hanno partecipato. Da parte mia la sensazione che il mio modo di essere "antropologa" possa avere una qualche utilità, così come la mia stessa vita (che ogni tanto ne dubito). Grazie di cuore a tutti coloro che vi hanno partecipato - sono sempre in attesa di ascoltare le vostre storie e i vostri desideri. E di condividerli.

20/02/09

Etnografia dello spazio urbano III - Povertà, ristrutturazioni, la 'nostra' casa

All’inizio era un complesso di case popolari. Edificate negli anni ’50, i criteri estetici che ne erano alla base avevano fatto esclamare a un’amica bulgara “Sembrano proprio casa mia!”. Gli isolati si ripetevano uguali, composti di edifici squadrati di quattro piani che richiudevano al loro interno cortili in terra battuta adibita a improprio e spartano parcheggio. Nessun bambino vi avrebbe mai potuto giocare.
La povertà regnava (e regna) sovrana e la si poteva riconoscere con qualsiasi organo di senso. Dalla finestra si scorgono ancora adesso balconi pieni di cianfrusaglie ivi depositate in tempi remoti e dimenticate, protette da tele cerate a mo’ di tende che sbattono con un rumore accartocciato e sordo nelle luminose giornate di vento. In estete voci dialettali e voci straniere si mescolano a odori di fritto e di sugo di pomodoro per entrare in casa e ricordarti che quello è il tuo rifugio, ma che non sei mai solo – qualsiasi cosa ti possa accadere.

Per mia nonna questo alloggio era il suo regno, conquistato a fatica e segno del ‘benessere’ raggiunto con il lavoro e il risparmio. Ben diverso da come è oggi - dopo che vi ho messo le mani io trasformandolo nello spazio di una professionista 35enne – aveva ai miei occhi di bambina un aspetto datato, triste e un po’ stantio, pur se mia nonna passava il tempo a tirarlo a lucido. L’aria dimessa dell’appartamento era comune a tutto il palazzo. Bianche le pareti degli alloggi, in legno i mobili a esclusione di quelli in plastica della cucina. Allo stesso modo, bianche erano le pareti delle scale, in marmo i gradini, in legno il mancorrente. Giallina pallida la facciata esterna. Nulla doveva risaltare, nessun cambiamento era possibile: poveri eravamo e poveri dovevamo rimanere.


Ignoro come passammo dall’essere inquilini di casa popolare – grazie a quella subdola matrona di mia nonna che aveva trafficato attraverso un prete per entrare nella graduatoria degli aventi diritto – a proprietari dell’alloggio in questione. So che piano piano tutti i vari inquilini dei vari alloggi riuscirono anch’essi ad acquistarli o a farli acquistare da fratelli, sorelle, nipoti così da creare (salvo per quanto riguarda noi, dato che nel nostro caso la famiglia è sempre stata composta da quattro gatti) una trama di relazioni così che ancora oggi anziché telefonarsi o andarsi a fare visita si aggiornano quotidianamente sulle reciproche condizioni di salute urlando da balcone a balcone.


esterno2.jpg
L’alloggio al secondo piano venne ‘rinfrescato’ alcuni anni fa. Poi io buttai giù le pareti del mio e colorai in lilla e bordeaux il mio ‘castello’ (così lo chiamarono gli altri inquilini del palazzo che videro passare per settimane piastrelle, palchetti in legno, sanitari nuovi e mobili IKEA comprati appositamente). Infine anche al piano rialzato il giovane proprietario buttò giù parte delle pareti e si lanciò nel dipingere quelle rimanenti in viola e verde acqua.
L’euforia ristrutturante attraversò come una scossa elettrica la tromba delle scale e a questo punto i condomini ripresero il vecchio progetto sino a quel momento accantonato di installare finalmente un ascensore, rosicando qualche centimetro a quattro piani di gradini. E così fu. Uno scafandro di non particolare bellezza salvò le gambe e i polmoni di quelli che invecchiavano e destò una rinnovata gioia nei neopensionati che, forse in cerca di nuove battaglie, proposero di riverniciare la tromba delle scale e, di già che c’erano, cambiare il vecchio portone d’ingresso – invero molto buio – con uno nuovo, anch’esso in legno, ma dotato di aperture vetrate per lasciar passare la luce. Si fece anche quello.

Il fervore e l’orgoglio dell’appartenenza a – e del possesso di – uno spazio che pur nella sua modestia diventava sempre più gradevole aprì all’impegno individuale a svuotare le aree comuni delle cantine dalle macerie abbandonate nel tempo, passando attraverso i rimbrotti a chi parcheggiava temporaneamente passeggini o biciclette nel piccolo androne e alla critica alla pulizia sommaria del condominio da parte dell’impresa scelta dall’amministratore. Insomma: i condomini si rivelavano sempre più attenti, gelosi e orgogliosi del palazzo fino a giungere alla decisione di lanciarsi nell’impresa della ristrutturazione delle facciate esterne.


esterno1.jpg
Anni addietro, su una di queste, un tifoso granata aveva scritto “Tororo” (?) con tanto di corna sulla prima ‘o’ che faceva sorridere benevolmente del suo entusiasmo, che l’aveva portato a raddoppiare la seconda sillaba della sua squadra del cuore, chiunque leggesse. Un ponteggio mobile ora lo cancellava e, pur rimanendo l’obbligo di sostituire il color canarino precedente con un’altra anonima vernice gialla, ci prendemmo la libertà di darne tante mani da renderla quasi un ocra. In un guizzo estremo di fantasia e presunzione, infine, facemmo installare tubature per lo scolo dell’acqua piovana in rame all’esterno del palazzo e quando fu libero dai ponteggi a guardarlo dalla strada concordammo soddisfatti che il lavoro era venuto proprio bene. Ci montammo la testa affermando che "aveva qualcosa del Beaubourg" e da quel momento in poi ci sentimmo davvero ricchi.

06/01/08

Etnografia dello spazio urbano II – La mia ‘mappa cognitiva’, negozi, nuovi ‘amici’

Cambiare casa e andare a vivere in un’altra città, o anche solo in un altro quartiere, significa dover sviluppare una nuova ‘mappa’ di punti di riferimento necessari per le attività fondamentali dell’esistenza quotidiana. E per conoscere un posto nuovo per me non c’è modo migliore di camminarci dentro - sentendone odori e suoni.

I primi giorni in cui abitavo nella casa nuova la mia esplorazione del quartiere si fermava a brevi puntate verso la latteria e la panetteria. La latteria era un negozio d’altri tempi con due porte di ingresso. Una apriva sul lato bar, dove un semplice bancone con la macchina del caffè, un tavolo con la tovaglia a quadri bianca e rossa e quattro sedie ospitavano anziani clienti al mattino e muratori e operai all’ora di pranzo. L’altra porta apriva sulla latteria vera e propria, un ambiente piccolo con uno scaffale refrigerato per i latticini. A fianco della latteria, una panetteria con il forno annesso aveva un aspetto decisamente più moderno, ma anche standardizzato - con il mobilio in legno chiaro grezzo. Una volta questo negozio era più piccolo e i prodotti si ammucchiavano in un caldo e denso disordine. Mio nonno, ogni Natale, comperava qui il pandoro e non perdeva mai l’occasione di acquistare anche un paio di numeri della ‘lotteria della panetteria’ – un’iniziativa che illustra bene la dimensione ‘locale’ della quale sto parlando. Le nostre vincite, in questo caso, si limitavano a una bottiglia di spumante di qualche marca di media qualità.


Come me - e con me - mio nonno paterno amava camminare. Mi prendeva per mano - avevo sei/sette anni - e mi portava in giro nel suo tentativo quotidiano di prendersi qualche ora d’aria da mia nonna. Compravamo per lo più in panetteria: mio nonno si faceva mettere da parte il pane e altre cose, pagava e vi lasciava le borse in consegna per poi riprenderla al ritorno. Poi proseguivamo fino dal giornalaio - un tifoso sfegatato del Torino come tutta la mia famiglia – dove chiedevamo
La Stampa e a me, se era già uscito, Topolino. La gestione dell’edicola oggi cambia in continuazione e ogni sabato che mi permetto l’acquisto de La Repubblica non so mai se la troverò aperta o chiusa.

Nelle passeggiate di un tempo la tappa successiva era dalla verduriera, dove gli acquisti terminavano. Ultimamente, una sera, sono entrata in questo negozio alla ricerca di un limone e, appena varcata la soglia, mi ha investito l’odore che c’era già trent’anni fa – odore di mobili vecchi, conserva di pomodoro fatta in casa, cassette di cipolle. Mio nonno, con la sua cortesia piemontese, si intratteneva a lungo a parlare con lei (così come con tutte le commesse e le signore del vicinato, a dire il vero), per poi cercare di nuovo la mia mano e riprendere poco convinto la strada di casa.

Camminava molto, molto, molto lentamente e quasi sempre mi faceva giocare ancora una mezz’ora nei giardini davanti al giornalaio, per poi fermarci ulteriormente al bar dell’angolo, dove prendevamo l’aperitivo – un Punt-è-Mes lui, un Crodino io – leggendo ognuno il proprio giornale.

La ‘mappa’ di mio nonno prevedeva spostamenti verso sinistra. La mia attuale verso destra. Niente politica - solo l’asse sul quale si situano i nostri negozi e locali preferiti. Salvo per la panetteria, i servizi più utili per me sono nella direzione opposta. I primi tempi in cui vivevo qui, non potendomi preparare la colazione in casa, sperimentai tutti i bar della zona alla ricerca del caffè migliore. Su un angolo diverso da quello del caffé scelto da mio nonno, ho trovato il ‘mio’ bar. Col proprietario ormai siamo in confidenza, ci siamo raccontati le nostre storie e ci chiamiamo per nome, sempre mantenendo una gentilezza e una riservatezza ‘sabauda’ – nel loro caso acquisita, nel mio meticcia. Poi ci sono la tabaccheria, con la commessa africana che parla con un accento piemontese più forte del mio, e l'ufficio postale, dal quale partono i miei pacchi per l'altra parte del mondo che tanta perplessità e curiosità suscitano negli impiegati che mi aiutano a spedirli.

Nella notte, infine, in questa zona c’è sempre la certezza di mangiare qualcosa: sull’altro angolo del corso un chiosco dei panini vende salsicce e verdure di dubbia conservazione, ma quando la fame è disperata pure quello va bene. A volte ci vado tornando dai miei giri serali e bevo qualcosa con il gestore, la commessa rumena e i militari in libera uscita della caserma di fronte. Lascio parlare ciascuno a ruota libera, ascolto pezzi di vita e in qualche modo sono felice della diversità che mi ritrovo anche sotto casa. Talvolta questi ragazzi mi accompagnano fino al portone. In altri casi sono da sola e cammino rasente i muri dell’azienda telefonica, nei cui anfratti si riparano con scatoloni e coperte i senzatetto.
Il mio ritorno è protetto in ogni caso: dalle telecamere di sorveglianza, da vicini affettuosi quanto poco riservati, dai mille occhi dietro le tende e le finestre di vecchiette incapaci di dormire – nuovi ‘amici’, nuovi angeli custodi.

15/12/07

Etnografia dello spazio urbano I - La nuova casa, un’atmosfera famigliare, il palazzo di fronte

Torino: Via Ardigò, via Giordano Bruno, Via Galuppi, Corso Unione Sovietica.
Sono venuta ad abitare qui nell’agosto del 2004. L’alloggio è quello dei miei nonni, ristrutturato a mia misura per farne la MIA casa, quella alla quale poter tornare periodicamente - nel resto della vita - qualsiasi scelta, viaggio, spostamento temporaneo avessi deciso di fare.
Non abitavo qui nel periodo in cui ci vivevano i miei nonni, ma l’odore delle pietanze preparate per pranzo è qualcosa rimasto invariato da trenta anni e suona famigliare e protettivo alle mie narici. Questa è la ragione per la quale in questa casa mi sento così al sicuro e tranquilla – rispetto alla casa precedente in cui la sensazione di estraneità e pericolo erano costanti.
Un’altra ragione di questa nuova (vecchia) sensazione è sicuramente dovuta alla struttura stessa del palazzo, un’ex-casa popolare, come erano tutte quelle presenti in questa zona con le quali condivide la medesima semplice e scarna fisionomia.

ba2167f4e9ecd777d141e31c15b61a7c.jpgNiente di speciale e tutto molto ‘vicino’. Tale prossimità ai miei dirimpettai era un’esperienza inedita, quando mi sono trasferita qui: l’alloggio in cui avevo vissuto sino a quel momento era al decimo (ultimo) piano e non aveva nulla intorno – solo il vuoto – e da lì si vedevano le colline da un lato e le montagne dall’altro.
Ora avevo dei vicini! Cominciai a chiedermi chi fossero e come vivessero. La mia curiosità antropologica e il mio desiderio di osservare e immaginare vennero profondamente stimolati, ma d’altra parte, essendo a mia volta persona riservata, mi fermai a pochi dettagli e non indagai oltre.

40e57475ba1e4ca407b58f48f6ab9be5.jpgVerificai che la mia dirimpettaia, dall’altro lato della strada al medesimo piano, era una ragazza straniera – desumevo ciò dai suoi tratti somatici – ma non compresi subito la sua origine culturale. Nell’appartamento sotto il suo c’era invece una ragazza visibilmente orientale, che passava la maggior parte del tempo a lavare, stendere, bagnare i fiori e telefonare. Provai infine un'invidia pazzesca per le piante di quelli che vivevano al secondo piano del medesimo palazzo, che erano riusciti a rendere il loro balcone una ricchissima serra.

Iniziai a vivere qui nel momento in cui cominciai la scrittura della tesi di dottorato. Al tempo era ‘abitabile’ solo la camera da letto e il bagno, anche se in questo non c’era ancora l’acqua calda (ed essendo estate ciò non rappresentava un problema). Il mio tempo lo passavo interamente al computer nell’area studio della camera - di fronte alla quale c’era appunto quest'altro palazzo.

Tenevo le finestre aperte e il pomeriggio il sole colpiva in pieno la zona notte, riscaldandola ulteriormente. Conobbi ‘a distanza’, e con profondo disappunto, il ragazzino adolescente del terzo piano (sempre nel palazzo di fronte), il quale – approfittando dell’assenza dei genitori – passava i pomeriggi ad ascoltare la radio al massimo volume, riempiendo questa piccola via di soli quattro numeri civici della peggiore musica commerciale in circolazione. Le maledizioni e le minacce di chiamare le forze dell’ordine che puntualmente lo raggiungevano dai diversi balconi nei pomeriggi afosi mi permisero di conoscere i volti di metà degli abitanti di queste case – ciascuno con la propria modalità di comunicazione verbale e imprecazione. Era tutto molto ‘folk’.

Ero entusiasta d’avere finalmente uno spazio mio. Immaginavo che sarei stata finalmente disordinata e caotica come – di fatto – sono, ma alla fine diventai maniacale e ordinatissima, come un animale che protegge la sua tana.

Scrivevo tutto il giorno e a metà del pomeriggio mi concedevo una merenda o un the. Le mie pause coincidevano con quelle della mia dirimpettaia straniera, la quale ogni tanto andava sul balcone a fumarsi una sigaretta. Cominciammo a vederci così, e inizialmente ci sorridevamo e basta. Poi, man mano che ci abituammo a incontrarci ‘visivamente’, arrivammo anche a salutarci a voce alta e a chiederci come andasse da una parte all'altra della via – senza mai andare oltre.

15ae1ea95669700200ef99407f26dfb4.jpgUna sera ci fu un tam-tam televisivo e radiofonico per un atto simbolico nazionale in ricordo della strage di Beslan. La notte tra il 4 e il 5 settembre 2004 - ovvero il giorno dopo questo fatto - echeggiò la proposta di lasciare una candela accesa fuori dalla propria finestra.
Comprai un lumino al supermercato e lo misi sul davanzale interno della camera da letto (temevo che all’esterno una folata di vento lo facesse cadere), lasciando le tapparelle aperte in modo tale che lo si potesse vedere da fuori.
La mia dirimpettaia aveva acceso anche lei la sua candela e fui felice di vedere che una persona migrante, ormai residente qui, aveva partecipato come me alla commemorazione delle vittime di un accadimento entrato nell’immaginario collettivo di quel momento.
Quella sera sentii nuovamente che questa casa era finalmente la mia ‘casa’ - il luogo al quale tornare.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...