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06/12/13

Neoluoghi e due libri

Si dice a ragione che i non luoghi intesi originariamente da Augé non esistono più. Certo. Per loro natura e per definizione teorica dello stesso Augé i non luoghi non possono essere eterni, dipendono da un concetto destinato ad affievolire. Ed è un argomento facile da capire: un non luogo, ovvero un luogo che non ci rimanda una storia, una memoria, non è per noi un luogo. Per cui un centro commerciale - forse meno un aeroporto - sono inziialmente dei non luoghi. Poi entrano nelle nostre abitudini, sono frequentati, sono luogo di appuntamento e di incontro, cominciano a contenere storia e memoria.
C'è poco da sbagliare, insomma, e poco da scoprire, è un'ovvietà che lo stesso Augé prevedeva molti anni fa scrivendo di non luoghi.
Io però, mi sono detto: cosa posso definire come non luogo? Dove si sposta, se si sposta, la categoria nonluoghica? E anche: se esistono non luoghi, ancora, o se ce ne sono di nuovi, cosa "fa" l'individuo, il cittadino nei confronti di questi neo-non-luoghi?

Proviamo a pensare la città - la bigness di cui parla Rem Koolhaas - come un tendenziale enorme NONLUOGO, ovvero pensiamo a una città che diventa - nel quadro di caratteristiche che sono sempre più caratteristiche della città globale - poco riconoscibile da parte dei suoi abitanti, sempre più priva di storia, di riferimenti, di memorie. Nella bigness prevale l'ordine socio-politico della produzione e del consumo, il piallamento delle diversità-resistenti, dell'alternativa in quanto tale. Trionfano le traiettorie e non i percorsi, si sbriciolano i LUOGHI che tornano ad essere SPAZIO.
Penso anche a De Certeau, alla sua idea di camminare, la deambulazione, come forma di resistenza, come forma di opposizione all'ordine costituito e inscritto nell'architettura della città. Penso alla RESISTENZA.
Cose'è resistere nella bigness? Cosa significa? Provo, in forma di riflessione e non di enunciazione, a rispondermi.
Resistere è tornare a "costruire" luoghi. Luoghi nel senso più profondamente augeiano. Luoghi che significhino, che rimandino, che appartengano, che conservino, che dicano, che ci raccontino di noi stessi. Che possano più facilmente di altri rimandarci il ricordo fantasmatico del nostro corpo e dell' esser-ci-stati.
Penso alla resistenza, ai luoghi e a chi, forse, nella città nuova dell'oggi resiste: graffitari che segnano il territorio, creano santuari cromatici nelle nicchie della metropoli. Comunità di persone provenienti da altre nazioni che colonizzano spazi pubblici, parchi, giardini, angoli di piazze eleggendoli a loro punti di riferimento e di ritrovo. Penso ai giocatori di cricket al Parco Trotter, pakistani e singalesi, che nel fine settimana giocano a cricket al parco, e c'è perfino un loro conterraneo, venditore ambulante di certi cartoccetti pieni di cosine fritte (non so cosa siano) che trasporta la sua merce su un carrello della spesa riattato.




Poi mi sono trovato a leggere La città imprevista. Il dissenso nell'uso dello spazio urbano di Paolo Cottino (Eleuthera). Nell'introduzione, ad opera di Antonio Tosi, si fa riferimento a un'analisi delle pratiche degli abitanti delle città secondo una illustre tradizione che affida la capacità critica delle scienze sociali alla contrapposizione tra i sistemi e i modelli di gestione della città consolidati nelle discipline, nelle professioni, nell'amministrazione da un lato, e dall'altra le esperienze, i vissuti, le pratiche che gli abitanti sperimentano nella loro vita quotidiana e che rivelano principi d'ordine diversi da quelli amministrati, espressioni di "razionalità" diverse da quelle che ordinano la pianificazione (Gans, Pétonnet, de Certeau, per citare solo alcuni nomi). In questo caso al centro dell'attenzione sono le pratiche "spontanee", i "fenomeni urbani spontanei, informali e autorganizzati che si sviluppano negli interstizi delle nostre città".




E poi ho ricevuto dall'editore O barra O La città sradicata. Geografie dell'abitare contemporaneo. I migranti mappano Milano. Un libro che prova a scrivere - dopo aver fatto scrivere - una nuova geografia del capoluogo lombardo, visto appunto dai suoi abitanti più "recenti".  


18/11/13

Come volete vivere?

Oggi mi arriva da un amico l'informazione che un pub inutilizzato da anni e riportato in vita tempo fa dopo un'occupazione da parte di alcuni ragazzi che l'avevano reso come nelle due foto che seguono è stato sgomberato. Trattasi del Bohemia Pub a Finchley (Nord di Londra).

Evicted: The squatters have been given until 10pm tonight to pack their belongings


Il luogo era divenuto un punto di riferimento, con le solite cose che si trovano in questi spazi: cura per bevande e cibo, prezzi accessibili a chiunque, attenzione alle relazioni interpersonali e alla costruzione di senso di comunità, e un po' di umanità per tutti.
Ecco: i poliziotti hanno fatto irruzione con i cani e distrutto tutto ciò che è capitato loro a tiro.

Un paio di settimane fa sono stata a una conferenza in cui si parlava del progetto edilizio che sta distruggendo l'area urbana di Paceville, a Malta. Tale progetto consiste nella progressiva eliminazione di quartieri poveri, ma tuttora abitati, per costruire spazi di lusso sotto forma di enclavi non comunicanti con l'esterno se non attraverso singole micro entrate/uscite. Enclavi circondate da muri, con camere di sorveglianza a loro protezione e ronde di polizia privata.
Una cosa tipo questa qui sotto:


Google Street Maps, Morumbi, São Paulo: high class housing and high security 


Non so che sembri a voi, ma a me dà l'idea di un carcere. E io in carcere non riuscirei a sopravvivere. Senza parlare del convivere con la costante paura che qualcuno riesca a entrare e farmi del male, o che l'autoisolamento diventi poi mancato accesso alle risorse per la sopravvivenza.

Ecco: il potere mondiale dal quale siamo stati tramutati in schiavi sta imponendoci il secondo modello, e lo fa con la sua mano armata, ovvero la polizia. Che nulla può se non imparare a pensare, prima d'agire, e magari mettere in dubbio gli ordini che le vengono dati.
Perché ciò cui costringeranno loro - come noi - sarà una vita vissuta interamente nel terrore e nel sospetto, mentre una vita vissuta nella costruzione amorevole di relazione e solidarietà con gli altri metterebbe al riparo da quei pericoli che fanno alzare muri, ovvero prigioni nelle quali poi, consenzienti con la violenta perversione di quel potere, moriremo stupidamente, senza senso, e prima del tempo.

24/02/13

‘Cartografías contemporáneas. Dibujando el pensamiento’

Ieri è stato l'ultimo giorno in cui si poteva visitare - presso il Caixa Forum di Madrid - la mostra Cartografías contemporáneas. Dibujando el pensamiento, un'esposizione dedicata alla mappa non solo come rappresentazione geografica dello spazio, ma come strategia di rappresentazione soggettiva di noi stessi in specifici luoghi.

In sintesi - e questo veniva esplicitato già nel pannello iniziale - l'obiettivo della mostra consisteva nel presentare il modo in cui l'uomo illustra i proprio posizionamento nel  mondo, nell'esperienza della vita e nelle relazioni con gli altri. Per tale ragione il discorso muoveva da sistemi di orientamento nello spazio 'oggettivi', cartografici, misurabili e comparabili - le cartine geografiche di antica e recente data, i sistemi di geolocalizzazione attuali - alla considerazione del rapporto reale-virtuale nel nostro 'situarci nel mondo, nel tempo e nella vita' e alla produzione artistica che indaga e visualizza tale seconda opzione.

Di qui, pertanto, approfondimenti artistici 'cartografici' di temi quali lo spazio fisico (ma anche politico, economico, militante), lo spazio mentale (dal pensiero ai sogni), il corpo come strumento di percezione del mondo - restituiti attraverso in primis il disegno, ma anche il collage fotografico e non, la realizzazione di teche tridimensionali e infine, perché no?, anche la danza (v. video della Serpentine Dance in conclusione a questo post).

I got up. On Kawara (1970).
Traer el mundo al mundo. Alighiero Boetti (1984). Foto: Cortesía Caixaforum
Una linea trazada caminando. Richard Long (1967). Collection Dorothee and Konrad Fischer. Foto: Cortesía Caixaforum
Saul Steinberg. <i>Autogeografía</i> 1966. The Saul Steinberg Foundation, New York. Cortesía de The Pace Gallery, Nova York. © The Saul Steinberg Foundation/Artists Rights Society (ARS), New York. © VEGAP, Barcelona, 2012
Autogeografía. Saul Steinberg (1966). The Saul Steinberg Foundation, New York. Foto: Cortesía Caixaforum
Joaquín Torres García. <i>América invertida</i> 1943. © Joaquín Torres García, Museo Torres García
Joaquín Torres García. América invertida (1943). Foto: Cortesía Caixaforum
Contingent. Adriana Varejão (1998-2000).



Danse Serpentine [II] (Cat. Lumiere n765-I)(1897 - 1899). [the American dancer Loie Fuller (1862 - 1928) became famous for the veils that she twirled around her during her choreographies. Her first work, Serpentine Dance, was staged in New York in 1892 and was an instant hit. Illuminated by dozens of side projectors, Loie Fuller was able to make her body disappear under a veil several meters long, whirling on a glass square backlit by colored bulbs...]

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