"Il parco Trotter e quello della Martesana, percorsi da mamme di ogni
nazionalità che portano a passeggio i bambini, i giocatori di cricket
bengalesi che si rifocillano di cartoccetti di fritture, i
latinoamericani che passano il fine settimana al parco, le persone che
ne fanno spazio di socialità di quartiere, gli anziani accompagnati
spesso dalle badanti, gli asili e le scuole dalle caleidoscopiche
provenienze nazionali. Tutto si ricompone in questo quartiere, che è
anche un quartiere dove la solidarietà e l’apertura hanno fatto tanto
per la coesione sociale e la qualità della vita."
mappe|luoghi|comunità|memoria|identità
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18/05/11
Un weekend in Via Padova a Milano: 21-22 maggio 2011
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18/04/11
Cartografie soggettive di territori virtuali: perché no?
Di solito penso alle mappe come modalità di visualizzazione di luoghi concreti, eppure... eppure ormai parte della nostra vita e della nostra identità è spesa anche in luoghi virtuali, luoghi che non sono spazi, ma sono anche privi di materialità - evanescenti. Eppur reali. 'Territori' nuovi - con nuove estensioni, confini, popolazioni, comunità, sistemi di valori e norme di comportamento.
Potremmo pensare a visualizzare in una mappa il modo in cui li percepiamo?
Il giovane e geniale Randall Munroe l'ha fatto, e nel suo blog troviamo una prima mappa realizzata nel 2007 e una seconda datata 2010.
La sua visualizzazione riprende quella di una sorta di una mappa del tesoro, in cui nella prima trovano spazio MySpace, Wikipedia, un Facebook ancora abbozzato, AOL, più altri microaree di Flickr, Last.fm, mentre nella seconda diventano preponderanti Facebook, Farmville, YouTube, Skype, Twitter e un'indistinta area blogging (cliccate su entrambe per ingrandirle).
Ora: è chiaro che questa rappresentazione sia estremamente soggettiva e giocosa come il blog dal quale proviene, eppure ci dà informazioni su un 'luogo percepito' secondo l'esperienza del soggetto che la disegna - un luogo che non potrebbe mai venire definitivamente cartografato secondo un sistema standardizzato.
Ma chissà quali informazioni ci darebbe una ricerca comparativa che ricorresse alle mappe come tecnica di indagine e raccolta di dati in merito alla nostra percezione dei territori virtuali che ormai occupano così tanto tempo della nostra vita quotidiana...
Potremmo pensare a visualizzare in una mappa il modo in cui li percepiamo?
Il giovane e geniale Randall Munroe l'ha fatto, e nel suo blog troviamo una prima mappa realizzata nel 2007 e una seconda datata 2010.
La sua visualizzazione riprende quella di una sorta di una mappa del tesoro, in cui nella prima trovano spazio MySpace, Wikipedia, un Facebook ancora abbozzato, AOL, più altri microaree di Flickr, Last.fm, mentre nella seconda diventano preponderanti Facebook, Farmville, YouTube, Skype, Twitter e un'indistinta area blogging (cliccate su entrambe per ingrandirle).
Ora: è chiaro che questa rappresentazione sia estremamente soggettiva e giocosa come il blog dal quale proviene, eppure ci dà informazioni su un 'luogo percepito' secondo l'esperienza del soggetto che la disegna - un luogo che non potrebbe mai venire definitivamente cartografato secondo un sistema standardizzato.
Ma chissà quali informazioni ci darebbe una ricerca comparativa che ricorresse alle mappe come tecnica di indagine e raccolta di dati in merito alla nostra percezione dei territori virtuali che ormai occupano così tanto tempo della nostra vita quotidiana...
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| 2007 |
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| 2010 |
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14/04/11
Zonaisola, Milano: un sito per raccontare un quartiere
Il quartiere Isola si trova nell’area nord di Milano ed è un quartiere storico che affonda le sue radici nei traffici
commerciali tra la Brianza e la città di Milano. E’ stato sempre un
crocevia di relazioni umane ed economiche e tra fine ottocento e
novecento ha iniziato a crescere come sede di attività industriali e
artigianali, e come luogo di residenza di operai e ceti medi, per
effetto della vicinanza delle ferrovie e dei treni merci.
A partire almeno dagli anni 80 il quartiere ha sperimentato un
graduale processo di trasformazione della sua base economica, sociale e
demografica, con l’arrivo di nuovi pubblici e tipologie di residenti.
Oggi ha una struttura socio-economica differenziata: molti uffici, una
forte componente legata alla ristorazione e alla vita serale, una
presenza significativa di artigianato di qualità e associazioni
culturali, un tessuto residenziale misto, con diverse componenti etniche
e sociali al suo interno.
Nel sito di Zonaisola (esperimento collettivo di comunicazione sul quartiere promosso da CityO, esterni e Mediatria), costruito
da persone che nel quartiere vivono o lavorano, trovate info sul quartiere, progetti e racconti. Zonaisola.it raccoglie e pubblica su base quotidiana contributi sul
quartiere, su come l’Isola cambia e dovrebbe cambiare. Grandi trasformazioni
urbane in atto, il nuovo negozio che apre sotto casa, le soluzioni
intelligenti per rendere le strade più pulite e i marciapiedi più liberi
dalle auto: vi troverete di tutto per partecipare o per capire cosa sta accadendo.
"I quartieri sono come un’estensione delle nostre case, dove gli
interessi dei singoli si incontrano con quelli della comunità. Sono
fatti da persone che intrecciano le loro esperienze di
vita e di lavoro; sono il luogo in cui possiamo sperimentare e applicare
soluzioni di mobilità e sostenibilità ambientale; sono lo spazio
migliore per favorire l’integrazione sociale; sono l’ambiente in cui
piccoli e grandi crescono e trascorrono una bella fetta della loro vita e
della loro giornata."
17/01/11
"UN/COMMON PLACES. Luoghi Non Comuni"
Il progetto UN/COMMON PLACES. Luoghi Non Comuni è dedicato alla realizzazione di mappe di località, e alla conseguente riflessione su memoria, comunità e identità culturale e dei luoghi.
Il progetto prende il nome da un laboratorio tenuto lo scorso anno a Londra da me e Captain Mapp, ma vuole diventare un work in progress articolato in laboratori e riflessioni sui temi indicati ovunque ce ne sarà l'occasione.
Lavorare con le mappe significa visualizzare sulla carta non la rappresentazione cartografica, standardizzata e in scala di un luogo, bensì fissarne - secondo la propria sensibilità, il proprio stile, i propri interessi - quei luoghi che sono (stati) simbolici per la propria vita e discutere di questi spazi vissuti, e intrisi di memoria e di desiderio, con altri individui che abitano lo stesso territorio, che fanno parte in qualche modo della medesima 'comunità'.
Se l'argomento vi interessa, e/o volete proporre link, segnalazioni, progetti analoghi, collaborazioni, siete i benvenuti: mettete un link a questa pagina, iscrivetevi come lettori fissi e/o scrivetemi a cbalmativola@gmail.com
E nel frattempo tornate qui di tanto in tanto per verificare le novità ;-)
Il progetto prende il nome da un laboratorio tenuto lo scorso anno a Londra da me e Captain Mapp, ma vuole diventare un work in progress articolato in laboratori e riflessioni sui temi indicati ovunque ce ne sarà l'occasione.
Lavorare con le mappe significa visualizzare sulla carta non la rappresentazione cartografica, standardizzata e in scala di un luogo, bensì fissarne - secondo la propria sensibilità, il proprio stile, i propri interessi - quei luoghi che sono (stati) simbolici per la propria vita e discutere di questi spazi vissuti, e intrisi di memoria e di desiderio, con altri individui che abitano lo stesso territorio, che fanno parte in qualche modo della medesima 'comunità'.
Se l'argomento vi interessa, e/o volete proporre link, segnalazioni, progetti analoghi, collaborazioni, siete i benvenuti: mettete un link a questa pagina, iscrivetevi come lettori fissi e/o scrivetemi a cbalmativola@gmail.com
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21/11/10
Hackney (London) /2
Di qui chiedemmo ai partecipanti di cominciare a disegnare ciascuno la propria mappa individuale del quartiere, e quelli che seguono sono momenti e risultati del loro/nostro (perché la disegnammo anche noi!) lavoro.
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| © Martina Macconi |
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| © Cristina Balma-Tivola |
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| © Cristina Balma-Tivola |
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| © Cristina Balma-Tivola |
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| © Cristina Balma-Tivola |
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| © Cristina Balma-Tivola |
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| © Cristina Balma-Tivola |
Le mappe così realizzate vennero appese al muro, e le persone - in un momento di pausa in cui mangiammo torte e bevemmo the gentilmente preparati dai ragazzi del centro - man mano illustrarono agli altri partecipanti la loro mappa. Emersero non solo ricorrenze interpretative dei luoghi, ma anche sensazioni rispetto a questi, e molte osservazioni che investivano la percezione sensoriale del territorio. Per tutti, la grande sorpresa del verso degli uccelli, la presenza di animali abitualmente percepiti altrove come selvatici, e la frequente ricorrenza di spazi verdi.
La seconda parte del lavoro consistette nella creazione di una mappa collettiva, e visto che non si riuscivano a individuare modalità per sbloccare l'impasse della sua concezione, Chris si buttò a terra su un grande foglio che avrebbe ospitato la nostra mappa collettiva e chiese che qualcuno disegnasse il contorno del suo corpo. Facemo tutti lo stesso, quindi contemplammo le sagome e indicammo cosa ci ricordavano. Da qui macro-temi, nei quali ciascuno, poi, liberamente, inserì scritte e ulteriori disegni.
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| © Martina Macconi |
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| © Martina Macconi |
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| © Martina Macconi |
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| © Martina Macconi |
Fu così che avemmo temi quali gli animali, il cibo, le cose nocive, le paure, i motivi di attrazione e altri ancora. Il laboratorio aveva messo insieme persone di diversa età e di diverso genere, per non menzionare le nazionalità rappresentate e le ragioni del legame col quartiere. Ci aveva fatto ragionare e stare insieme, in modo libero e concreto, e giocando ci aveva permesso di conoscerci, e produrre qualcosa di individuale e collettivo allo stesso tempo. Memoria, interpretazione e desiderio s'erano incontrati d'incanto - anche solo per un istante - in una microcomunità estemporanea. E felice.
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Hackney (London) /1
Il laboratorio di cui parlo oggi è in realtà avvenuto lo scorso 24 aprile 2010 ad Hackney, Londra (UK), ed nato dalla mia volontà di giocare con altre persone - con il disegno, la memoria, il dialogo e la percezione di un luogo urbano - nel quartiere in cui vivevo, un'area del nord-est della città caratterizzata dalla presenza di immigrati di diverse origini culturali o religioni differenti . Tali comunità sono in realtà relativamente separate tra loro in aree diverse, all'interno dello stesso quartiere, in base alla distanza dal centro della città (la cosiddetta 'city') così che alla fine ciascuna specifica identità culturale abita questo triangolo/porzione di corona circolare delimitata a ovest dal quartiere invero più fashio di Islington e a est l'area più depressa ma anche modaiola di Tower Hamlets. In mezzo a tali presenze, che annoverano pachistani e indiani, così come africani di origine caraibica e infine - nella zona più a nord - ebrei ortodossi, si muove tutta la fauna di giovani bohemien, artisti (veri o presunti), studenti, e via dicendo. Fino a pochi anni fa terra di nessuno in mano a bande di ragazzini e ad alta densità criminale, il quartiere è ora stato rivalutato da generose ristrutturazioni, recuperi di spazi industriali, e rivalorizzazioni di aree caratteristiche con l'incremento di attività commerciale (cfr. il Broadway Market, mirabile esempio di efficace invenzione di tradizione).
Hackney ospitava in quel periodo, ed è il luogo ove si svolse il laboratorio, anche un centro occupato/sociale di ispirazione libertaria, dove le persone che lo desideravano potevano recarsi e chiedere la disponibilità dello spazio per realizzare una qualche attività gratuita per la gente della zona.
Nei primi tempi in cui ero a Londra, così come ho scritto in altri post, contattai Captain Mapp, che aveva già una lunga esperienza di conduzione di laboratori quali quello che mi accingevo a proporre. L'idea era realizzare una giornata/pomeriggio di incontro, suddiviso in due momenti con una pausa in mezzo, nel quale portare i partecipanti - che in qualche modo avevano qualcosa a che fare con il quartiere o perché vi vivevano, o perché vi si recavano per lavoro, o ancora perché lo attraversavano per qualche ragione nella loro vita quotidiana - a disegnare prima una mappa di come percepivano affettivamente il luogo, e quali ne fossero i luoghi simbolici dal loro personale punto di vista - e poi a disegnare tutti insieme una mappa collettiva del quartiere.
Captain Mapp fu subito entusiasta dell'ipotesi e così decidemmo di svilupparla insieme, preparandone l'articolazione in un pomeriggio, realizzando i flyers (dove lui li disegnò e impostò graficamente, mentre io ne scrissi i testi e inventai il nome del progetto Un/Common Places) e la promozione relativa.
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| © Cristina Balma-Tivola |
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11/10/10
Identità, luogo, comunità: appunti per un dibattito
Identità culturale, etnocentrismo, etnocentrismo critico
L’‘identità’ si riferisce alla percezione che ogni individuo e ogni gruppo ha di se stesso. Questa percezione non è solo il risultato di una presa di consapevolezza dell’individuo o del gruppo, bensì risulta dal riconoscimento reciproco fra l’individuo e la società cui egli appartiene e con la quale intrattiene relazioni.
L’aggettivo ‘culturale’ deriva dal termine ‘cultura’ – qui intesa come patrimonio di norme di condotta, valori, usi e linguaggio che uniscono gli individui. L’‘identità culturale’ di una persona è quindi un insieme di numerose identificazioni particolari riferite ad altrettante appartenenze culturali distinte, in continuo mutamento. Essa presuppone contemporaneamente l’iscrizione in due dinamiche: la prima è quella del rapporto di assimilazione/diversificazione rispetto a un altro (ovvero l’’io’ si costituisce a partire dal rapporto con un altro ‘simile a’ o ‘diverso da’ me), la seconda è quella del rapporto individuale/collettivo (ovvero il precedente rapporto di assimilazione-identificazione avviene anche tra individuo e comunità/gruppo/società e tra gruppi tra loro).
Una caratteristica che l’antropologia ha individuato come ricorrente in tutti i gruppi umani è la tendenza ad ascrivere la qualità dell’umanità esclusivamente a se stessi, dei quali gli individui danno un’opinione positiva, mettendo per contrasto in luce negativa coloro che vivono al di fuori delle proprie frontiere linguistiche, culturali o di classe. L’‘etnocentrismo’ indica la tendenza a considerare il proprio gruppo come centro di ogni cosa e a giudicare gli altri gruppi, le altre società, le altre culture e le loro forme culturali religiose, artistiche, sociali, morali come inferiori ai propri modelli culturali. Il risultato di questo modo di definire se stessi e gli altri è un’idea dell’umanità come costituita da agglomerati più o meno ampi di esseri umani in cui la classificazione tra noi e gli altri, viene assolutizzata sulla base dell’individuazione di determinate qualità – reali o presunte – che sarebbero distintive degli individui appartenenti ai gruppi in questione e che traccerebbero confini invalicabili tra i gruppi. Nello stesso tempo la propria cultura, con tutti i suoi modelli di riferimento e comportamento, viene identificata come ‘la’ cultura in assoluto – l’unica valida, autentica, naturale, originaria e, quindi, ‘umana’.
La proposta formulata dall’antropologo Ernesto De Martino [cfr. (1977), La fine del mondo, Einaudi, Torino] come parziale soluzione dell’impasse che qualsiasi membro di qualsiasi diversa comunità umana ragioni così, consiste nel porsi davanti agli altri con quello che egli chiama l’‘etnocentrismo critico’, vale a dire la consapevolezza che qualsiasi interpretazione e valutazione daremo dell’altro, questa non potrà non essere frutto di una specifica prospettiva culturale e pertanto relativa. Ma proprio il confronto dei nostri valori e dei nostri modelli di riferimento con quelli degli altri sarà ciò che permetterà di tornare a possedere i nostri con accresciuta consapevolezza critica.
Identità etnica
Nel parlare del rapporto tra identità collettiva e luogo, sembra essere utile il fare riferimento alla nozione di ‘identità etnica’, che nella formulazione di Ugo Fabietti [(1998), L’identità etnica, Carocci, Roma] è una vera e propria costruzione simbolica - prodotto di circostanze storiche, sociali e politiche determinate – che consiste in una definizione di sé e/o dell’altro basata su rapporti di forza tra soggetti differenti che insistono sullo stesso territorio per l’accesso alle medesime risorse.
La definizione di sé e/o dell’altro in termini di costruzione simbolica avviene promuovendo una rimozione della realtà storica del gruppo, delle relazioni tra i gruppi sul medesimo territorio e dei rapporti di forza che li hanno visti protagonisti e sostituendo tale rimozione con una memoria storica reale o presunta (memoria etnica), giustificando come naturali - quindi assoluti, eterni, giusti - quegli elementi che definiscono i gruppi in competizione, così che pur se le etnie sono delle realtà immaginate piuttosto che delle entità reali, coloro che vi si riconoscono le percepiscono come concrete e oggettive.
L’antropologo italiano Carlo Tullio-Altan ha individuato cinque elementi sulla base dei quali un gruppo culturale elabora/produce/articola la propria identità etnica [cfr. (1995), Etnos e civiltà, Feltrinelli, Milano]:
1) un primo elemento è appunto l’epos, ovvero la trasfigurazione della ‘memoria storica’: un gruppo umano ricorda il proprio passato e lo guarda attraverso i suoi aspetti positivi come qualcosa che dà prestigio, dignità e appartenenza;
2) un secondo elemento è il modo di convivere attraverso le norme e le istituzioni di un certo gruppo sociale – istituzioni che anch’esse vengono assunte come qualcosa che dà significato alla vita collettiva, dandole il senso di appartenere a qualcosa di nobile: Tullio-Altan chiama questa componente ethos;
3) un altro elemento è costituito dalla lingua, il logos, che permette di comunicare e agire alla/nella comunità;
4) un’altra componente significativa è data dalla sensazione di appartenere a una discendenza ancestrale, un genos, di essere cioè collegati – attraverso una sequenza di generazioni – a una dimensione extra-temporale/atemporale che dà parimenti a un popolo, una società, una comunità la sensazione di appartenenza a una stirpe e fonda un sistema di rapporti di parentela;
5) infine l’ultima componente è il territorio, il topos, che va difeso e protetto, secondo un istinto che unisce uomini e animali: quando le dimensioni del territorio necessario a una comunità diventano molto ampie, esse vanno a includere anche lo spazio vitale di altre collettività e su questa base accadono conflitti per l’accesso a quelle risorse, presenti nello stesso luogo, che le diverse identità etniche rivendicano per sé.
Spazio e luogo
Quando parliamo di territorio, sembra utile richiamare la distinzione, nella lingua italiana, tra due termini (e concetti) – spazio e luogo. Il termine ‘spazio’ indica un’area infinita e illimitata, ma anche indefinita. Al contrario, il termine ‘luogo’ designa una porzione, più o meno ampia, di un territorio o di una regione.
Lo spazio è un’area sulla quale agiscono forze esterne, costanti e generali per tutto il pianeta. Tutta la superficie terrestre si può misurare e descrivere in modo analogo (per mezzo di convenzioni simboliche), può essere incasellata in apposite griglie e riprodotta su mappe, nonché posizionata su queste in relazione a riferimenti esterni quali i punti cardinali ecc. Rispetto a uno spazio che non conosce, l’individuo attuerà una serie di strategie per orientarvisi quali il seguire indicazioni, leggere mappe, consultare bussole – ovvero relazionerà se stesso a un sistema di coordinate che qualcun altro ha elaborato in precedenza per localizzare la posizione in cui egli si trova e di qui muoversi dove deve andare.
Ma l’uomo sembra anche avere un bisogno universale di definire, delineare, delimitare, ovvero di produrre luoghi culturali e simbolici per poter vivere, per poter sfuggire a una spazialità che sfugge al suo controllo e alla sua comprensione – e infine alla sua stessa possibilità di orientarvisi. Per tale ragione, in parallelo o indipendentemente dall’orientarsi in un territorio sulla base di sistemi standardizzati, l’uomo tende sempre a individuare in uno spazio i propri nuovi e personali punti di riferimento, ovvero tende ad addomesticarlo.
Caratteristica di questo spazio percepito – il luogo – è l’assenza di uniformità: l’ambiente esterno non è un qualcosa di oggettivo, semplice, immediato, ma qualcosa che, nel momento stesso in cui è percepito, è già determinato da un individuo secondo una forma simbolica. L’ambiente circostante a sé viene organizzato dall’individuo mediante una ‘trama’ di riferimenti intrecciata alle proprie conoscenze (si tratta quindi di processo ‘attivo’, nel senso che l’individuo elabora le informazioni esterne a partire da conoscenze locali pregresse di un luogo). Lo spazio diventa luogo, e manifesta una condizione fisica e affettiva di rapporto con l’individuo, e – soggettiva e relativa – tale concezione assume la prospettiva del protagonista (individuo o collettività): ad esempio, quando usiamo l’avverbio di stato in luogo ‘qui’ possiamo indicare l’Italia, o – nello specifico di questo incontro – Carugate o Atrion.
Lo spazio viene a essere cioè determinato dai corpi che vi agiscono: può essere quello in cui viviamo abitualmente e del quale eventualmente ignoriamo anche il nome delle vie perché non necessario per i nostri scopi o quello in cui riconosciamo determinati elementi (lo stile architettonico di un palazzo, l’angolo tra due strade in cui è accaduto qualcosa di significativo nella nostra vita) sufficienti a farci capire se stiamo andando nella direzione che vogliamo.
Località e comunità
Il luogo così costruito, addomesticato, apre a un’altra nozione, quella di località. La ‘località’ è un concetto che pertiene all’individuo-in-relazione e che consiste nella percezione del luogo, delle sue dinamiche e delle sue peculiarità da parte di coloro che l’hanno creato (e/o che lo abitano); in questo senso è in diretta relazione con il processo attivo di orientamento nello spazio e con la nozione di luogo. Ma la località così concepita è anche in diretta relazione con il senso d’appartenenza a un ‘noi’ collettivo – interno al luogo – rispetto a un ‘altro’ (o più ‘altri’) esterno a quel luogo e in tal senso tale concetto si lega strettamente alla questione dell’identità.
Il Giappone contemporaneo, ad esempio, prevede un’organizzazione spaziale in cui, salvo poche strade di recente denominazione, le città sono costituite da agglomerati di case dove coesistono antiche e nuove costruzioni senza un ordine apparente, senza indicazioni topografiche, senza numeri civici progressivi, pertanto la soluzione per orientarsi consiste unicamente nel chiedere indicazioni alla cittadinanza locale che, in virtù di un’ospitalità verso l’estraneo codificata culturalmente, fornisce risposte precise e mappe schizzate puntuali [cfr. Roland Barthes (1984), L’impero dei segni, Einaudi, Torino e Giorgio Arduini, comunicazione personale].
Cosa accade quando persone che si riconoscono afferire a ‘noi’ differenti ‘insistono’ sullo stesso luogo? In primis, rischia di emergere un conflitto di tipo etnico – e la società italiana contemporanea ne è un esempio calzante, con la presenza ormai strutturale di comunità di diversa origine culturale e al contempo il riemergere di identità locali ‘autoctone’ che rivendicano la priorità di diritti sul territorio.
Ma, se a livello della dimensione locale si può concretizzare il rischio del conflitto sociale, nella stessa vi è anche la possibilità di sperimentare relazioni faccia-a-faccia e di discutere concretamente i propri riferimenti simbolici e le concezioni della propria identità. Questa sembra un’ipotesi di soluzione del potenziale conflitto sociale particolarmente realistica e percorribile nel caso della società italiana – fortemente connotata dall’abitudine alla soluzione dei problemi e delle sfide della contemporaneità a livello locale, con sperimentazioni, innovazioni, tentativi ‘dal basso’.
Condividere la memoria e la percezione soggettiva del luogo in cui viviamo può essere una di queste strategie di incontro/confronto/condivisione, e – nel caso più felice – potrebbe addirittura svelarci che, nel nostro essere assolutamente ‘unici’, abbiamo ciononostante tratti in comune con altri ‘noi’ che abitano lo stesso territorio. Una premessa alla quale vale la pena guardare per costruire modi particolari, locali, inediti per vivere insieme – per costruire nuove appartenenze collettive e nuove ‘comunità’.
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