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15/02/14
14/02/14
Dalla Flânerie alla Deambulazione surrealista
La terra,
sotto i miei piedi,
non è altro che un immenso
giornale spiegato.
A volte passa una fotografia,
è una curiosità qualunque
e dai fiori nasce uniformemente
il profumo,
il buon profumo
dell’inchiostro di stampa
(André Breton, Poisson soluble, 1924)
Parlare di letteratura in riferimento all’atto del camminare, indagare le connessioni che hanno legato e legano il movimento del corpo nello spazio alla scrittura, non può prescindere da una seppur breve analisi della “storia del camminare”.
Più o meno fino alla Rivoluzione Industriale camminare rimane azione legata quasi esclusivamente dalla dimensione della necessità: si compiono lunghi tragitti a piedi, a volte viaggi veri e propri, ci si sposta ogni giorno per andare al lavoro. A un progressivo cambiamento del rapporto tra uomo e camminare si assiste, dunque, in seguito alle profonde trasformazioni a cui l’economia, la società e, soprattutto, le città saranno sottoposte in seguito alla crescita tecnologica ed economica. La crescente disponibilità di risorse, la diffusione di mezzi di trasporto meccanici e l’espansione rapidissima dei tessuti urbani sono gli elementi che rivoluzionano tale rapporto, lo ridisegnano ponendolo al centro dell’attenzione.
Non a caso, proprio in una città che, a causa della sua crescita vertiginosa, ha raggiunto un elevato grado di complessità e di “estraneità” per il suo abitante nasce la figura del flâneur, il modello per eccellenza di “esploratore” del labirinto urbano, che si affida al camminare per percorrere la città abbandonandosi senza controllo alla complessità della rete stradale, un’inesplorata foresta ai cui alberi si sono sostituiti palazzi, monumenti, edifici pubblici, in cui scorre un elemento ancora nuovo: la folla.
In questo nuovo ambiente si muove Charles Baudelaire di cui Walter Benjamin scrive:
Nessuno si è mai sentito tanto poco a casa propria a Parigi quanto Baudelaire (*).
Si può dire che lo Spleen di Baudelaire rappresenti lo spartiacque a partire dal quale letteratura e poesia hanno incominciato a interrogarsi sul rapporto tra individuo (una volta per sempre cittadino) e spazio urbano. Le coordinate all’interno del quale l’individuo è inserito sono profondamente cambiate, com’è cambiato lo stesso paesaggio, e con essi percezioni, abitudini, necessità, paure. Nei versi di Baudelaire prende forma una “grande città che non conosce alcun vero crepuscolo della sera: l’illuminazione artificiale gli sottrae il suo lento trapassare nella notte”(**). Una città trasformata agli occhi del poeta dalla produzione di massa, che si estende in nuovi smisurati quartieri, sempre più inafferrabile, caotica, fuori misura.
Ma Baudelaire, con la sua opera poetica che è anche nuovo manifesto del vivere lo spazio urbano, in questo caso rappresenta una premessa a ciò che sarà dopo.
Siamo sempre a Parigi, il 24 aprile del 1921. I dadaisti Jean Crotti, Georges D’Esparbès, André Breton, Georges Rigaud, Paul Èluard, Georges Ribemont Dessaignes, Benjamin Péret, Théodore Fraenkel, Louis Aragon, Tristan Tzara e Philippe Soupault si danno appuntamento alla chiesa di Saint Julien le Pauvre per la prima escursione nella città “banale”, ordinaria. L’esplorazione di alcuni luoghi cittadini per Dada costituisce la possibilità di riconnettere arte e vita, spazio e creazione letteraria in un’unica azione. In questo senso è fatta salva l’eredità originaria del flâneur e della flânerie, che in questo modo assurge a operazione estetica, “trasformando” lo spazio urbano in qualcosa da rielaborare ospitando letture, azioni improvvisate, coinvolgimento dei passanti, distribuzione di doni e di racconti. Dada legge lo spazio urbano, e il a”banale” contenuto in esso, come luogo della freudiana ricerca dell’inconscio cittadino.
Nel 1924, ancora a Parigi, Breton, Vitrac, Morise e Argon organizzano una Deambulazione in aperta campagna. Partono in treno e raggiungono Blois, poi si incamminano a piedi fino a Romorantin. Breton racconterà questa deambulazione negli Entretiens, descrivendola come occasione di prolungate conversazioni in assenza di ogni scopo concreto che farà emergere dinamiche sconosciute nel gruppo di camminatori, sollecitando “l’esplorazione ai confini tra la vita cosciente e la vita di sogno”. Al ritorno dalla deambulazione, Breton scriverà l’introduzione di Poisson Soluble, che diventerà in seguito il Manifesto del Surrealismo.
Con le azioni dei dadaisti prima e dei surrealisti poi, è nato un nuovo modo di stare nel nuovo spazio urbano. Da questo punto in poi la scrittura in relazione ai luoghi della città occuperà una posizione “critica”, non potrà fare a meno di porsi degli interrogativi, mettendo sotto esame la città, i suoi abitanti nell’abitarla e nell’attraversarla. Come si vedrà in seguito, in molti casi saranno gli scrittori, in anticipo o parallelamente agli studiosi, a porsi il problema di questo rapporto, avvicinando sempre più lo scrivere al movimento nella dimensione urbana.
(*)Walter Benamin, I “passages” di Parigi, Einaudi, pag. 364
(**)Ibid, pag. 374
Bibliografia
Charles Baudelaire, Lo Spleen di Parigi, Feltrinelli
Walter Benjamin, I “passages” di Parigi, Einaudi
André Breton, Manifesti del Surrealismo, Einaudi
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24/02/13
‘Cartografías contemporáneas. Dibujando el pensamiento’
Ieri è stato l'ultimo giorno in cui si poteva visitare - presso il Caixa Forum di Madrid - la mostra Cartografías contemporáneas. Dibujando el pensamiento, un'esposizione dedicata alla mappa non solo come rappresentazione geografica dello spazio, ma come strategia di rappresentazione soggettiva di noi stessi in specifici luoghi.
In sintesi - e questo veniva esplicitato già nel pannello iniziale - l'obiettivo della mostra consisteva nel presentare il modo in cui l'uomo illustra i proprio posizionamento nel mondo, nell'esperienza della vita e nelle relazioni con gli altri. Per tale ragione il discorso muoveva da sistemi di orientamento nello spazio 'oggettivi', cartografici, misurabili e comparabili - le cartine geografiche di antica e recente data, i sistemi di geolocalizzazione attuali - alla considerazione del rapporto reale-virtuale nel nostro 'situarci nel mondo, nel tempo e nella vita' e alla produzione artistica che indaga e visualizza tale seconda opzione.
Di qui, pertanto, approfondimenti artistici 'cartografici' di temi quali lo spazio fisico (ma anche politico, economico, militante), lo spazio mentale (dal pensiero ai sogni), il corpo come strumento di percezione del mondo - restituiti attraverso in primis il disegno, ma anche il collage fotografico e non, la realizzazione di teche tridimensionali e infine, perché no?, anche la danza (v. video della Serpentine Dance in conclusione a questo post).
Danse Serpentine [II] (Cat. Lumiere n765-I)(1897 - 1899). [the American dancer Loie Fuller (1862 - 1928) became famous for the veils that she twirled around her during her choreographies. Her first work, Serpentine Dance, was staged in New York in 1892 and was an instant hit. Illuminated by dozens of side projectors, Loie Fuller was able to make her body disappear under a veil several meters long, whirling on a glass square backlit by colored bulbs...]
In sintesi - e questo veniva esplicitato già nel pannello iniziale - l'obiettivo della mostra consisteva nel presentare il modo in cui l'uomo illustra i proprio posizionamento nel mondo, nell'esperienza della vita e nelle relazioni con gli altri. Per tale ragione il discorso muoveva da sistemi di orientamento nello spazio 'oggettivi', cartografici, misurabili e comparabili - le cartine geografiche di antica e recente data, i sistemi di geolocalizzazione attuali - alla considerazione del rapporto reale-virtuale nel nostro 'situarci nel mondo, nel tempo e nella vita' e alla produzione artistica che indaga e visualizza tale seconda opzione.
Di qui, pertanto, approfondimenti artistici 'cartografici' di temi quali lo spazio fisico (ma anche politico, economico, militante), lo spazio mentale (dal pensiero ai sogni), il corpo come strumento di percezione del mondo - restituiti attraverso in primis il disegno, ma anche il collage fotografico e non, la realizzazione di teche tridimensionali e infine, perché no?, anche la danza (v. video della Serpentine Dance in conclusione a questo post).
| I got up. On Kawara (1970). |
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| Traer el mundo al mundo. Alighiero Boetti (1984). Foto: Cortesía Caixaforum |
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| Una linea trazada caminando. Richard Long (1967). Collection Dorothee and Konrad Fischer. Foto: Cortesía Caixaforum |
| Autogeografía. Saul Steinberg (1966). The Saul Steinberg Foundation, New York. Foto: Cortesía Caixaforum |
| Joaquín Torres García. América invertida (1943). Foto: Cortesía Caixaforum |
| Contingent. Adriana Varejão (1998-2000). |
Danse Serpentine [II] (Cat. Lumiere n765-I)(1897 - 1899). [the American dancer Loie Fuller (1862 - 1928) became famous for the veils that she twirled around her during her choreographies. Her first work, Serpentine Dance, was staged in New York in 1892 and was an instant hit. Illuminated by dozens of side projectors, Loie Fuller was able to make her body disappear under a veil several meters long, whirling on a glass square backlit by colored bulbs...]
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16/04/12
Guerrilla Gardening: The Pothole Gardener
Buona visione a voi! :-)
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30/03/12
La deriva psicogeografica
Da Derive verso la libertà
L'Internazionale
Lettrista sperimenta teorie architettoniche e comportamentali in base
alle quali l'architettura influenza il comportamento di chi la abita ed
essendo essa stessa l'espressione della classe dominante esercita una
coercizione fisica, psichica, dei cittadini-sudditi.
“I diversi quartieri di questa città potrebbero corrispondere all'intera gamma di umori che ognuno di noi incontra per caso nella vita di ogni giorno”. Questo concetto di urbanismo apriva inesorabilmente le porte alla Psicogeografia.
L'Internazionale
Lettrista sperimenta teorie architettoniche e comportamentali in base
alle quali l'architettura influenza il comportamento di chi la abita ed
essendo essa stessa l'espressione della classe dominante esercita una
coercizione fisica, psichica, dei cittadini-sudditi.“I diversi quartieri di questa città potrebbero corrispondere all'intera gamma di umori che ognuno di noi incontra per caso nella vita di ogni giorno”. Questo concetto di urbanismo apriva inesorabilmente le porte alla Psicogeografia.
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09/02/12
On the Corner
Vi invito a prendere visione anche degli altri progetti realizzati da costoro - certamente forieri di riflessioni interessanti sullo spazio, il movimento, il rapporto nuovo/antico in ambito urbano.
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06/02/12
Reinterpretare l'arredo urbano: Mentalgassi
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02/02/12
Distorsioni urbane: Nicholas Kennedy Sitton
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16/01/12
Scrivere la città. Laboratorio sperimentale a Milano
Dove: Milano, Porpora n. 9 - Colpo d'occhioQuando: tutti i Mercoledì dall'1 Febbraio 2012 al 18 Aprile 2012 dalle ore 19,30 alle 21,30
Scrivere la città è un per-corso il cui obiettivo principale è quello di scoprire insieme le possibilità offerte dalla scrittura per "esplorare" se stessi in relazione con l'ambiente in cui viviamo. Il laboratorio, diretto dallo scrittore e giornalista Paolo Melissi, prevede una sezione tendenzialmente "teorica" (lavoro su scrittori, libri dedicati al tema) e una sezione più genuinamente operativa, con lavoro di osservazione/riflessione (prevista anche una passeggiata esplorativa), elaborazione di testi (un racconto) e confronto/lavoro sui risultati.
Il corso sarà anche arricchito dalla partecipazione di:
Deborah Pirrera, giornalista e membro delle Persone libro di Milano, che proporrà due incontri di approfondimento e studio, letterario; Barbara Caputo, antropologa, che si occuperà di "pratiche dell'abitare" per vivere meglio i propri luoghi; Cristina Balma-Tivola, antropologa, che proporrà un incontro-laboratorio dedicato alle "mappe cognitive".
Il costo complessivo è di 220,00€. E' però anche possibile seguire singoli incontri a scelta.
Per informazioni e prenotazioni rivolgersi a pluriversi@gmail.com
CALENDARIO
1 febbraio: Introduzione al laboratorio - La città e la scrittura (Paolo Melissi)
8 febbario: Percorrere/Scrivere la città (Paolo Melissi)
15 febbraio: Gli scrittori della città I (Deborah Pirrera)
22 febbraio: Microfisica dello spazio (Barbara Caputo)
29 febbraio: Le mappe cognitive (Cristina Balma-Tivola)
7 marzo: Esploriamo il territorio: via Padova (Paolo Melissi)
14 marzo: Dalla strada alla carta (Paolo Melissi)
21 marzo: Gli scrittori della città II (Deborah Pirrera)
28 marzo: Le mappe sensoriali (Barbara Caputo)
4 aprile: "Costruiamo un racconto" (Paolo Melissi)
11 aprile: Lavoriamo sui racconti (Paolo Melissi)
18 aprile: Entriamo nei racconti - Conclusioni (Paolo Melissi)
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15/12/11
Mapping Workshop: "Luoghi non comuni | San Salvario" @ Cantiere25, Torino! 29|12|2011
Mapping workshop gratuito
"Luoghi non comuni | San Salvario"
29|12|2011 h. 16-20
@ Cantiere25
via Berthollet 25, Torino
Di un luogo si può fare una precisa cartografia in scala. Oppure se ne possono realizzare infinite mappe personali, rappresentando in totale libertà di forme, materiali e soggetti i luoghi importanti per noi - i negozi dove siamo soliti fare acquisti, i caffè dove ci incontriamo a chiacchierare, le scuole o i parchi in cui portiamo i nostri figli...
"Luoghi non comuni | San Salvario"
29|12|2011 h. 16-20
@ Cantiere25
via Berthollet 25, Torino
Di un luogo si può fare una precisa cartografia in scala. Oppure se ne possono realizzare infinite mappe personali, rappresentando in totale libertà di forme, materiali e soggetti i luoghi importanti per noi - i negozi dove siamo soliti fare acquisti, i caffè dove ci incontriamo a chiacchierare, le scuole o i parchi in cui portiamo i nostri figli...
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03/10/11
Corpi in movimento per metropoli paralizzate: Willi Dorner
Che effetto provoca, tale esperimento, su di voi? Quale sensazione vi dà?
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21/07/11
ETNOGRAFIA "IN LOCO": comprendere i luoghi
Appello a manifestazione d'interesse
e di partecipazione
L’associazione culturale Fieldworks
di Torino e l'associazione culturale Pluriversi di Milano lanciano un
appello alla partecipazione, rivolto a studenti e laureati dai 18 ai
30 anni, a un workshop gratuito sui luoghi e sull’abitare da
svolgersi nella primavera 2012 a Torino o a Milano come iniziativa
europea Youth in Action.
Chi
Giovani dai 18 ai 30 anni, preferibilmente studenti universitari, laureandi o laureati in corsi di laurea di architettura, urbanistica, e discipline sociali.
Giovani dai 18 ai 30 anni, preferibilmente studenti universitari, laureandi o laureati in corsi di laurea di architettura, urbanistica, e discipline sociali.
Perché
Molti studenti o laureati che andranno
a lavorare in futuro su pianificazione/progettazione di spazi urbani,
coesione sociale e territorio, iniziative di comunità ecc. spesso
hanno scarsa competenza pratica di osservazione e interpretazione del
contesto sociale e culturale e del dialogo con gli abitanti dei
luoghi, mentre tale premessa è essenziale.
Cosa
Il workshop consiste in a una settimana
di formazione e iniziative collegate finalizzato a imparare
concretamente – lavorando con scrittura/fotografia/video – a fare
ricerca etnografica (osservazione partecipante e interpretazione dei
dati) sul contesto sociale e culturale in ambito urbano, sulla
costruzione di senso intorno all’abitare, e sulle pratiche che gli
abitanti intessono intorno ai luoghi in cui risiedono.
Nel contesto del lavoro i partecipanti
produrranno un'etnografia condivisa che verrà pubblicata online –
per dare massima visibilità ai partecipanti e massima possibilità
di condivisione della riflessione profotta con le reti territoriali e
culturali di potenziale interesse e affinità già esistenti.
Quando
Una settimana nella primavera 2012, con pre-iscrizione entro il 20 ottobre 2011.
Dove
A Torino o Milano, in relazione alla preferenza della maggioraza dei pre-iscritti.
A Torino o Milano, in relazione alla preferenza della maggioraza dei pre-iscritti.
COME ISCRIVERSI!
Per partecipare al workshop, scrivete
entro il 20 ottobre 2011 un'email a:
Cristina Balma-Tivola
cbalmativola@yahoo.com
oppure Barbara Caputo o Paolo Melissi
pluriversi@gmail.com
indicando:
- nome e cognome
- data di nascita
- sintetica autopresentazione
- ragioni di interesse
- città di preferenza per lo svolgimento del workshop (tra Torino e Milano).
La partecipazione è gratuita e la
preiscrizione, pur se consigliata (sarà ammesso un massimo di 20
partecipanti), non è vincolante alla partecipazione.
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14/07/11
Esplorazioni urbane @ Parco Arte Vivente
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17/01/11
"UN/COMMON PLACES. Luoghi Non Comuni"
Il progetto UN/COMMON PLACES. Luoghi Non Comuni è dedicato alla realizzazione di mappe di località, e alla conseguente riflessione su memoria, comunità e identità culturale e dei luoghi.
Il progetto prende il nome da un laboratorio tenuto lo scorso anno a Londra da me e Captain Mapp, ma vuole diventare un work in progress articolato in laboratori e riflessioni sui temi indicati ovunque ce ne sarà l'occasione.
Lavorare con le mappe significa visualizzare sulla carta non la rappresentazione cartografica, standardizzata e in scala di un luogo, bensì fissarne - secondo la propria sensibilità, il proprio stile, i propri interessi - quei luoghi che sono (stati) simbolici per la propria vita e discutere di questi spazi vissuti, e intrisi di memoria e di desiderio, con altri individui che abitano lo stesso territorio, che fanno parte in qualche modo della medesima 'comunità'.
Se l'argomento vi interessa, e/o volete proporre link, segnalazioni, progetti analoghi, collaborazioni, siete i benvenuti: mettete un link a questa pagina, iscrivetevi come lettori fissi e/o scrivetemi a cbalmativola@gmail.com
E nel frattempo tornate qui di tanto in tanto per verificare le novità ;-)
Il progetto prende il nome da un laboratorio tenuto lo scorso anno a Londra da me e Captain Mapp, ma vuole diventare un work in progress articolato in laboratori e riflessioni sui temi indicati ovunque ce ne sarà l'occasione.
Lavorare con le mappe significa visualizzare sulla carta non la rappresentazione cartografica, standardizzata e in scala di un luogo, bensì fissarne - secondo la propria sensibilità, il proprio stile, i propri interessi - quei luoghi che sono (stati) simbolici per la propria vita e discutere di questi spazi vissuti, e intrisi di memoria e di desiderio, con altri individui che abitano lo stesso territorio, che fanno parte in qualche modo della medesima 'comunità'.
Se l'argomento vi interessa, e/o volete proporre link, segnalazioni, progetti analoghi, collaborazioni, siete i benvenuti: mettete un link a questa pagina, iscrivetevi come lettori fissi e/o scrivetemi a cbalmativola@gmail.com
E nel frattempo tornate qui di tanto in tanto per verificare le novità ;-)
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21/11/10
Hackney (London) /2
Di qui chiedemmo ai partecipanti di cominciare a disegnare ciascuno la propria mappa individuale del quartiere, e quelli che seguono sono momenti e risultati del loro/nostro (perché la disegnammo anche noi!) lavoro.
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| © Martina Macconi |
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| © Cristina Balma-Tivola |
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| © Cristina Balma-Tivola |
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| © Cristina Balma-Tivola |
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| © Cristina Balma-Tivola |
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| © Cristina Balma-Tivola |
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| © Cristina Balma-Tivola |
Le mappe così realizzate vennero appese al muro, e le persone - in un momento di pausa in cui mangiammo torte e bevemmo the gentilmente preparati dai ragazzi del centro - man mano illustrarono agli altri partecipanti la loro mappa. Emersero non solo ricorrenze interpretative dei luoghi, ma anche sensazioni rispetto a questi, e molte osservazioni che investivano la percezione sensoriale del territorio. Per tutti, la grande sorpresa del verso degli uccelli, la presenza di animali abitualmente percepiti altrove come selvatici, e la frequente ricorrenza di spazi verdi.
La seconda parte del lavoro consistette nella creazione di una mappa collettiva, e visto che non si riuscivano a individuare modalità per sbloccare l'impasse della sua concezione, Chris si buttò a terra su un grande foglio che avrebbe ospitato la nostra mappa collettiva e chiese che qualcuno disegnasse il contorno del suo corpo. Facemo tutti lo stesso, quindi contemplammo le sagome e indicammo cosa ci ricordavano. Da qui macro-temi, nei quali ciascuno, poi, liberamente, inserì scritte e ulteriori disegni.
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| © Martina Macconi |
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| © Martina Macconi |
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| © Martina Macconi |
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| © Martina Macconi |
Fu così che avemmo temi quali gli animali, il cibo, le cose nocive, le paure, i motivi di attrazione e altri ancora. Il laboratorio aveva messo insieme persone di diversa età e di diverso genere, per non menzionare le nazionalità rappresentate e le ragioni del legame col quartiere. Ci aveva fatto ragionare e stare insieme, in modo libero e concreto, e giocando ci aveva permesso di conoscerci, e produrre qualcosa di individuale e collettivo allo stesso tempo. Memoria, interpretazione e desiderio s'erano incontrati d'incanto - anche solo per un istante - in una microcomunità estemporanea. E felice.
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Hackney (London) /1
Il laboratorio di cui parlo oggi è in realtà avvenuto lo scorso 24 aprile 2010 ad Hackney, Londra (UK), ed nato dalla mia volontà di giocare con altre persone - con il disegno, la memoria, il dialogo e la percezione di un luogo urbano - nel quartiere in cui vivevo, un'area del nord-est della città caratterizzata dalla presenza di immigrati di diverse origini culturali o religioni differenti . Tali comunità sono in realtà relativamente separate tra loro in aree diverse, all'interno dello stesso quartiere, in base alla distanza dal centro della città (la cosiddetta 'city') così che alla fine ciascuna specifica identità culturale abita questo triangolo/porzione di corona circolare delimitata a ovest dal quartiere invero più fashio di Islington e a est l'area più depressa ma anche modaiola di Tower Hamlets. In mezzo a tali presenze, che annoverano pachistani e indiani, così come africani di origine caraibica e infine - nella zona più a nord - ebrei ortodossi, si muove tutta la fauna di giovani bohemien, artisti (veri o presunti), studenti, e via dicendo. Fino a pochi anni fa terra di nessuno in mano a bande di ragazzini e ad alta densità criminale, il quartiere è ora stato rivalutato da generose ristrutturazioni, recuperi di spazi industriali, e rivalorizzazioni di aree caratteristiche con l'incremento di attività commerciale (cfr. il Broadway Market, mirabile esempio di efficace invenzione di tradizione).
Hackney ospitava in quel periodo, ed è il luogo ove si svolse il laboratorio, anche un centro occupato/sociale di ispirazione libertaria, dove le persone che lo desideravano potevano recarsi e chiedere la disponibilità dello spazio per realizzare una qualche attività gratuita per la gente della zona.
Nei primi tempi in cui ero a Londra, così come ho scritto in altri post, contattai Captain Mapp, che aveva già una lunga esperienza di conduzione di laboratori quali quello che mi accingevo a proporre. L'idea era realizzare una giornata/pomeriggio di incontro, suddiviso in due momenti con una pausa in mezzo, nel quale portare i partecipanti - che in qualche modo avevano qualcosa a che fare con il quartiere o perché vi vivevano, o perché vi si recavano per lavoro, o ancora perché lo attraversavano per qualche ragione nella loro vita quotidiana - a disegnare prima una mappa di come percepivano affettivamente il luogo, e quali ne fossero i luoghi simbolici dal loro personale punto di vista - e poi a disegnare tutti insieme una mappa collettiva del quartiere.
Captain Mapp fu subito entusiasta dell'ipotesi e così decidemmo di svilupparla insieme, preparandone l'articolazione in un pomeriggio, realizzando i flyers (dove lui li disegnò e impostò graficamente, mentre io ne scrissi i testi e inventai il nome del progetto Un/Common Places) e la promozione relativa.
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| © Cristina Balma-Tivola |
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11/10/10
Identità, luogo, comunità: appunti per un dibattito
Identità culturale, etnocentrismo, etnocentrismo critico
L’‘identità’ si riferisce alla percezione che ogni individuo e ogni gruppo ha di se stesso. Questa percezione non è solo il risultato di una presa di consapevolezza dell’individuo o del gruppo, bensì risulta dal riconoscimento reciproco fra l’individuo e la società cui egli appartiene e con la quale intrattiene relazioni.
L’aggettivo ‘culturale’ deriva dal termine ‘cultura’ – qui intesa come patrimonio di norme di condotta, valori, usi e linguaggio che uniscono gli individui. L’‘identità culturale’ di una persona è quindi un insieme di numerose identificazioni particolari riferite ad altrettante appartenenze culturali distinte, in continuo mutamento. Essa presuppone contemporaneamente l’iscrizione in due dinamiche: la prima è quella del rapporto di assimilazione/diversificazione rispetto a un altro (ovvero l’’io’ si costituisce a partire dal rapporto con un altro ‘simile a’ o ‘diverso da’ me), la seconda è quella del rapporto individuale/collettivo (ovvero il precedente rapporto di assimilazione-identificazione avviene anche tra individuo e comunità/gruppo/società e tra gruppi tra loro).
Una caratteristica che l’antropologia ha individuato come ricorrente in tutti i gruppi umani è la tendenza ad ascrivere la qualità dell’umanità esclusivamente a se stessi, dei quali gli individui danno un’opinione positiva, mettendo per contrasto in luce negativa coloro che vivono al di fuori delle proprie frontiere linguistiche, culturali o di classe. L’‘etnocentrismo’ indica la tendenza a considerare il proprio gruppo come centro di ogni cosa e a giudicare gli altri gruppi, le altre società, le altre culture e le loro forme culturali religiose, artistiche, sociali, morali come inferiori ai propri modelli culturali. Il risultato di questo modo di definire se stessi e gli altri è un’idea dell’umanità come costituita da agglomerati più o meno ampi di esseri umani in cui la classificazione tra noi e gli altri, viene assolutizzata sulla base dell’individuazione di determinate qualità – reali o presunte – che sarebbero distintive degli individui appartenenti ai gruppi in questione e che traccerebbero confini invalicabili tra i gruppi. Nello stesso tempo la propria cultura, con tutti i suoi modelli di riferimento e comportamento, viene identificata come ‘la’ cultura in assoluto – l’unica valida, autentica, naturale, originaria e, quindi, ‘umana’.
La proposta formulata dall’antropologo Ernesto De Martino [cfr. (1977), La fine del mondo, Einaudi, Torino] come parziale soluzione dell’impasse che qualsiasi membro di qualsiasi diversa comunità umana ragioni così, consiste nel porsi davanti agli altri con quello che egli chiama l’‘etnocentrismo critico’, vale a dire la consapevolezza che qualsiasi interpretazione e valutazione daremo dell’altro, questa non potrà non essere frutto di una specifica prospettiva culturale e pertanto relativa. Ma proprio il confronto dei nostri valori e dei nostri modelli di riferimento con quelli degli altri sarà ciò che permetterà di tornare a possedere i nostri con accresciuta consapevolezza critica.
Identità etnica
Nel parlare del rapporto tra identità collettiva e luogo, sembra essere utile il fare riferimento alla nozione di ‘identità etnica’, che nella formulazione di Ugo Fabietti [(1998), L’identità etnica, Carocci, Roma] è una vera e propria costruzione simbolica - prodotto di circostanze storiche, sociali e politiche determinate – che consiste in una definizione di sé e/o dell’altro basata su rapporti di forza tra soggetti differenti che insistono sullo stesso territorio per l’accesso alle medesime risorse.
La definizione di sé e/o dell’altro in termini di costruzione simbolica avviene promuovendo una rimozione della realtà storica del gruppo, delle relazioni tra i gruppi sul medesimo territorio e dei rapporti di forza che li hanno visti protagonisti e sostituendo tale rimozione con una memoria storica reale o presunta (memoria etnica), giustificando come naturali - quindi assoluti, eterni, giusti - quegli elementi che definiscono i gruppi in competizione, così che pur se le etnie sono delle realtà immaginate piuttosto che delle entità reali, coloro che vi si riconoscono le percepiscono come concrete e oggettive.
L’antropologo italiano Carlo Tullio-Altan ha individuato cinque elementi sulla base dei quali un gruppo culturale elabora/produce/articola la propria identità etnica [cfr. (1995), Etnos e civiltà, Feltrinelli, Milano]:
1) un primo elemento è appunto l’epos, ovvero la trasfigurazione della ‘memoria storica’: un gruppo umano ricorda il proprio passato e lo guarda attraverso i suoi aspetti positivi come qualcosa che dà prestigio, dignità e appartenenza;
2) un secondo elemento è il modo di convivere attraverso le norme e le istituzioni di un certo gruppo sociale – istituzioni che anch’esse vengono assunte come qualcosa che dà significato alla vita collettiva, dandole il senso di appartenere a qualcosa di nobile: Tullio-Altan chiama questa componente ethos;
3) un altro elemento è costituito dalla lingua, il logos, che permette di comunicare e agire alla/nella comunità;
4) un’altra componente significativa è data dalla sensazione di appartenere a una discendenza ancestrale, un genos, di essere cioè collegati – attraverso una sequenza di generazioni – a una dimensione extra-temporale/atemporale che dà parimenti a un popolo, una società, una comunità la sensazione di appartenenza a una stirpe e fonda un sistema di rapporti di parentela;
5) infine l’ultima componente è il territorio, il topos, che va difeso e protetto, secondo un istinto che unisce uomini e animali: quando le dimensioni del territorio necessario a una comunità diventano molto ampie, esse vanno a includere anche lo spazio vitale di altre collettività e su questa base accadono conflitti per l’accesso a quelle risorse, presenti nello stesso luogo, che le diverse identità etniche rivendicano per sé.
Spazio e luogo
Quando parliamo di territorio, sembra utile richiamare la distinzione, nella lingua italiana, tra due termini (e concetti) – spazio e luogo. Il termine ‘spazio’ indica un’area infinita e illimitata, ma anche indefinita. Al contrario, il termine ‘luogo’ designa una porzione, più o meno ampia, di un territorio o di una regione.
Lo spazio è un’area sulla quale agiscono forze esterne, costanti e generali per tutto il pianeta. Tutta la superficie terrestre si può misurare e descrivere in modo analogo (per mezzo di convenzioni simboliche), può essere incasellata in apposite griglie e riprodotta su mappe, nonché posizionata su queste in relazione a riferimenti esterni quali i punti cardinali ecc. Rispetto a uno spazio che non conosce, l’individuo attuerà una serie di strategie per orientarvisi quali il seguire indicazioni, leggere mappe, consultare bussole – ovvero relazionerà se stesso a un sistema di coordinate che qualcun altro ha elaborato in precedenza per localizzare la posizione in cui egli si trova e di qui muoversi dove deve andare.
Ma l’uomo sembra anche avere un bisogno universale di definire, delineare, delimitare, ovvero di produrre luoghi culturali e simbolici per poter vivere, per poter sfuggire a una spazialità che sfugge al suo controllo e alla sua comprensione – e infine alla sua stessa possibilità di orientarvisi. Per tale ragione, in parallelo o indipendentemente dall’orientarsi in un territorio sulla base di sistemi standardizzati, l’uomo tende sempre a individuare in uno spazio i propri nuovi e personali punti di riferimento, ovvero tende ad addomesticarlo.
Caratteristica di questo spazio percepito – il luogo – è l’assenza di uniformità: l’ambiente esterno non è un qualcosa di oggettivo, semplice, immediato, ma qualcosa che, nel momento stesso in cui è percepito, è già determinato da un individuo secondo una forma simbolica. L’ambiente circostante a sé viene organizzato dall’individuo mediante una ‘trama’ di riferimenti intrecciata alle proprie conoscenze (si tratta quindi di processo ‘attivo’, nel senso che l’individuo elabora le informazioni esterne a partire da conoscenze locali pregresse di un luogo). Lo spazio diventa luogo, e manifesta una condizione fisica e affettiva di rapporto con l’individuo, e – soggettiva e relativa – tale concezione assume la prospettiva del protagonista (individuo o collettività): ad esempio, quando usiamo l’avverbio di stato in luogo ‘qui’ possiamo indicare l’Italia, o – nello specifico di questo incontro – Carugate o Atrion.
Lo spazio viene a essere cioè determinato dai corpi che vi agiscono: può essere quello in cui viviamo abitualmente e del quale eventualmente ignoriamo anche il nome delle vie perché non necessario per i nostri scopi o quello in cui riconosciamo determinati elementi (lo stile architettonico di un palazzo, l’angolo tra due strade in cui è accaduto qualcosa di significativo nella nostra vita) sufficienti a farci capire se stiamo andando nella direzione che vogliamo.
Località e comunità
Il luogo così costruito, addomesticato, apre a un’altra nozione, quella di località. La ‘località’ è un concetto che pertiene all’individuo-in-relazione e che consiste nella percezione del luogo, delle sue dinamiche e delle sue peculiarità da parte di coloro che l’hanno creato (e/o che lo abitano); in questo senso è in diretta relazione con il processo attivo di orientamento nello spazio e con la nozione di luogo. Ma la località così concepita è anche in diretta relazione con il senso d’appartenenza a un ‘noi’ collettivo – interno al luogo – rispetto a un ‘altro’ (o più ‘altri’) esterno a quel luogo e in tal senso tale concetto si lega strettamente alla questione dell’identità.
Il Giappone contemporaneo, ad esempio, prevede un’organizzazione spaziale in cui, salvo poche strade di recente denominazione, le città sono costituite da agglomerati di case dove coesistono antiche e nuove costruzioni senza un ordine apparente, senza indicazioni topografiche, senza numeri civici progressivi, pertanto la soluzione per orientarsi consiste unicamente nel chiedere indicazioni alla cittadinanza locale che, in virtù di un’ospitalità verso l’estraneo codificata culturalmente, fornisce risposte precise e mappe schizzate puntuali [cfr. Roland Barthes (1984), L’impero dei segni, Einaudi, Torino e Giorgio Arduini, comunicazione personale].
Cosa accade quando persone che si riconoscono afferire a ‘noi’ differenti ‘insistono’ sullo stesso luogo? In primis, rischia di emergere un conflitto di tipo etnico – e la società italiana contemporanea ne è un esempio calzante, con la presenza ormai strutturale di comunità di diversa origine culturale e al contempo il riemergere di identità locali ‘autoctone’ che rivendicano la priorità di diritti sul territorio.
Ma, se a livello della dimensione locale si può concretizzare il rischio del conflitto sociale, nella stessa vi è anche la possibilità di sperimentare relazioni faccia-a-faccia e di discutere concretamente i propri riferimenti simbolici e le concezioni della propria identità. Questa sembra un’ipotesi di soluzione del potenziale conflitto sociale particolarmente realistica e percorribile nel caso della società italiana – fortemente connotata dall’abitudine alla soluzione dei problemi e delle sfide della contemporaneità a livello locale, con sperimentazioni, innovazioni, tentativi ‘dal basso’.
Condividere la memoria e la percezione soggettiva del luogo in cui viviamo può essere una di queste strategie di incontro/confronto/condivisione, e – nel caso più felice – potrebbe addirittura svelarci che, nel nostro essere assolutamente ‘unici’, abbiamo ciononostante tratti in comune con altri ‘noi’ che abitano lo stesso territorio. Una premessa alla quale vale la pena guardare per costruire modi particolari, locali, inediti per vivere insieme – per costruire nuove appartenenze collettive e nuove ‘comunità’.
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10/10/10
Mappe di località, un laboratorio a Carugate (Milano)
Alcune settimane orsono venni contattata da Davide Zucchetti - promotore, insieme ad altri 'ragazzi', della realizzazione di una mostra fotografica dedicata all'identità culturale e al luogo di Carugate, cittadina in provincia di Milano. Davide mi chiedeva la disponibilità del mio video Identità culturale, realizzato nel 2003 e ispirato a Lo studio dell'uomo di Ralph Linton, per usarlo come 'sfondo teorico' a tale mostra, mettendolo in loop nello spazio espositivo in cui sarebbero state esposte appunto immagini fotografiche b/n del paese negli anni '70 e una raccolta di frasi sul tema dell'identità tratte da poesie e brani letterari. Tale iniziativa rientrava nelle 'azioni' previste all'interno della Biennale d'Arte Popolare, alla prima edizione, organizzata a Carugate e sostenuta dagli enti locali in collaborazione con l'Accademia di Brera e alcune altre realtà cittadine ed extra-cittadine.
Incuriosita dall'idea di un gruppo di persone che si stava interrogando sul cambiamento culturale di un paese, rilanciai con - a mia volta - la proposta di partecipare di persona alla serata inaugurale tenendo un incontro sul tema "Identità, luogo e comunità", e di incontrare il gruppo dei 'ragazzi' che se ne stava occupando insieme a Davide in anticipo, per dare loro la mia opinione sull'allestimento e concordare lo svolgimento della serata in base ai loro interessi/obiettivi.
Fu così che venerdì 24 settembre mi recai a Carugate e li incontrai, per scoprire che i 'ragazzi' erano un gruppo di battaglieri coscritti sulla sessantina - che il tempo non aveva affatto reso meno polemici e appassionati, vivi, curiosi, e critici. Un genere di persone tra le quali mi trovo spesso bene. E così fu pure stavolta - sebbene posso io stessa immaginare le loro perplessità per una che arriva 'da fuori' e propone loro roba apparentemente 'assurda'.
La 'roba assurda' che ho proposto loro è stata di parlare 5 minuti del tema per poi animare un laboratorio sulle mappe cognitive del luogo, o di comunità, o di località, o parish maps - chiamiamole come vogliamo. In sintesi, seguendo la lezione situazionista e la psicologia cognitiva, ciò che chiedo in questi laboratori è di disegnare delle mappe che non siano cartografie in scala di un territorio, ma rappresentazioni di come un individuo 'sente' quel luogo - ovvero di disegnare tracciati delle strade che percorre/attraversa nella sua vita quotidiana, di segnare posti per lui simbolici nel presente o nel passato, per far capire ad altri cosa vede lui/lei quando 'vive' un determinato posto (in questo caso, un paese di cui è cittadino).
E alla fine così è stato: mercoledì 6 ottobre sono andata di nuovo in questo posto davvero ben curato e amato da chi lo frequenta e/o gestisce, Atrion, centro socioculturale con annessa biblioteca cittadina, e lì ho visto montata la mostra. Semplice, pulita, ma profonda e stimolante, ciò che secondo me una cosa del genere dovrebbe essere. Il pubblico ha cominciato da affluire per poi, verso le 21, riunirsi nel salone in cui - anche qui con scelte dell'ultimo momento e con molta autogestione/autorganizzazione/improvvisazione - è stata presentata l'iniziativa e io a mia volta ho dato il via alla proposta. Sul tema che avrei voluto trattare mi sono limitata appunto a pochi minuti - il testo integrale da scaricare Identità, luogo, comunità: appunti per un dibattito, se foste interessati, ve lo rendo disponibile qui.
Poi ho proposto appunto la creazione di queste mappe e lì le persone (tra le 40 e le 50 a occhio e croce) hanno aderito con un inaspettato entusiasmo. Presi fogli A3 e cominciato a disegnarvi sopra individualmente o in piccoli gruppi di 2-3 persone, hanno concluso questa prima 'tappa' della serata per poi dedicarsi al meritato rinfresco, dal quale rientrare nel momento in cui io e Davide le abbiamo chiamate a raccolta dopo aver appeso su una vetrata di Atrion i loro lavori.
Qui ho chiesto loro di raccontare la propria mappa, ed è stato davvero affascinante verificare il loro piacere e la loro facilità nel raccontarsi nel momento in cui avevano uno 'strumento' visivo cui anche gli altri - gli uditori - potevano riferirsi per orientarsi nel paese attraverso gli occhi, il disegno e il racconto del narratore, così come è stato commovente vedere che alla narrazione del singolo facevano eco approvazione, commenti e condivisione di ricordi degli altri uditori, portando ciascuno a propria volta - sullo stimolo del protagonista del momento - le proprie storie e condividendole con gli altri.
Le persone erano sorridenti, felici e un po' malinconiche - ma sempre lo si è parlando del proprio passato e di quando 'si era giovani'. Nondimento, concretamente, sono venute fuori ipotesi per il futuro del paese - ora città - e a quel punto la mia proposta è stata di concludere la serata con una 'mappa collettiva del desiderio', che ritraesse come si voleva fosse la città in futuro. Ripristinare vie d'acqua coperte nel tempo dal cemento, individuare un'area per una grande piazza per una potenziale socializzazione - specie in orario serale - di contro all'assenza di un luogo atto a questo scopo, l'installazione di panchine dove le persone possano vedersi reciprocamente e parlare, qualche gelateria o osteria (o entrambe, per soddisfare i desideri di tutti) aperta in area centrale in orario serale, più piste ciclabili, e vie chiuse al traffico nell'area della futura piazza, ma uno scorrimento migliore per quelle destinate a portare i milanesi nei centri commerciali della zona - che invero non provocavano troppe critiche per concorrenza o simili, quanto piuttosto per il traffico e l'inquinamento che hanno portato in paese.
La serata si è conclusa piacevolemente con la produzione di quest'ultimo lavoro, e il ritorno a casa soddisfatto delle persone che vi hanno partecipato. Da parte mia la sensazione che il mio modo di essere "antropologa" possa avere una qualche utilità, così come la mia stessa vita (che ogni tanto ne dubito). Grazie di cuore a tutti coloro che vi hanno partecipato - sono sempre in attesa di ascoltare le vostre storie e i vostri desideri. E di condividerli.
Altre immagini le trovate qui: http://www.flickr.com/photos/davidezucchetti/sets/72157624988411699
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