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17/02/14

La città sradicata



Ne L’immagine della città l’urbanista Kevin Lynch esplorava – con il ricorso alla creazione di mappe – la modalità con cui il cittadino americano pensava e rappresentava la propria città, partendo da questo materiale – poi – per elaborare una teoria dell’abitare dello spazio urbano.

Con La città sradicata. Geografie dell’abitare contemporaneo di Nausicaa Pezzoni – edito da O Barra O – la parola, o meglio la penna, è affidata ai migranti, chiamati dall’autrice a mappare Milano, per indagare sulle modalità con cui Milano è da loro percepita e vissuta direttamente. Con uno sguardo che tradisce immediatamente l’estraneità e, allo stesso tempo, mette in luce quali dinamiche si mettano in moto dinanzi all’esplorazione e all’uso dello spazio urbano da parte di chi non ha nessuna consuetudine, legame o riferimenti col territorio.

Esplora quindi i mutamenti sociali in atto, le trasformazioni che abbiamo sotto gli occhi, soprattutto in ambito metropolitano ripartendo da dove Lynch aveva lasciato il suo lavoro con le mappe mentali, aprendo un nuovo fronte, operando un “capovolgimento” che già l’antropologia ha introdotto affidando all’Altro il compito di guardare noi che siamo sempre stati al “centro”.



I tratti, le linee, i punti, i colori utilizzati dai migranti creano una mappa (fatta di mappe) che dice più di quanto loro stessi vogliano dire, nel tentativo di raccontare graficamente lo spazio in cui si sono venuti a trovare. Dalle mappe (riportate nel libro insieme ai profili dei migranti coinvolti e note sulla costruzione della mappa) emergono punti di riferimento orientativi e funzionali, percorsi abituali, confini, benché il rapporto con questo spazio sia frammentario, recente, labile, difficile. È inedito, quindi, lo sguardo che descrive, ci è sconosciuto, o meglio, ci è estraneo. Eppure è uno sguardo, e come tutti gli sguardi, cade su vie e monumenti della città di Milano e – aspetto non indifferente – in un’ottica “progettuale”, che parte dalla riflessione immaginativa, su un tentativo di astrazione che deve comunicare visivamente l’esperienza della città. Non è l’immaginazione al potere, ma è un invito preciso a prendere posizione, a dare forma e, quindi, a conoscere, dando vita a un libro che è – prima di tutto – una narrazione.

E attraverso lo sguardo degli altri, si finisce per vedere il nostro sguardo. Possiamo interrogarci sul come attraversiamo il nostro spazio, quali siano le dinamiche che stanno alla base del nostro muoverci, da utenti della città, la nostra città.




24/02/13

‘Cartografías contemporáneas. Dibujando el pensamiento’

Ieri è stato l'ultimo giorno in cui si poteva visitare - presso il Caixa Forum di Madrid - la mostra Cartografías contemporáneas. Dibujando el pensamiento, un'esposizione dedicata alla mappa non solo come rappresentazione geografica dello spazio, ma come strategia di rappresentazione soggettiva di noi stessi in specifici luoghi.

In sintesi - e questo veniva esplicitato già nel pannello iniziale - l'obiettivo della mostra consisteva nel presentare il modo in cui l'uomo illustra i proprio posizionamento nel  mondo, nell'esperienza della vita e nelle relazioni con gli altri. Per tale ragione il discorso muoveva da sistemi di orientamento nello spazio 'oggettivi', cartografici, misurabili e comparabili - le cartine geografiche di antica e recente data, i sistemi di geolocalizzazione attuali - alla considerazione del rapporto reale-virtuale nel nostro 'situarci nel mondo, nel tempo e nella vita' e alla produzione artistica che indaga e visualizza tale seconda opzione.

Di qui, pertanto, approfondimenti artistici 'cartografici' di temi quali lo spazio fisico (ma anche politico, economico, militante), lo spazio mentale (dal pensiero ai sogni), il corpo come strumento di percezione del mondo - restituiti attraverso in primis il disegno, ma anche il collage fotografico e non, la realizzazione di teche tridimensionali e infine, perché no?, anche la danza (v. video della Serpentine Dance in conclusione a questo post).

I got up. On Kawara (1970).
Traer el mundo al mundo. Alighiero Boetti (1984). Foto: Cortesía Caixaforum
Una linea trazada caminando. Richard Long (1967). Collection Dorothee and Konrad Fischer. Foto: Cortesía Caixaforum
Saul Steinberg. <i>Autogeografía</i> 1966. The Saul Steinberg Foundation, New York. Cortesía de The Pace Gallery, Nova York. © The Saul Steinberg Foundation/Artists Rights Society (ARS), New York. © VEGAP, Barcelona, 2012
Autogeografía. Saul Steinberg (1966). The Saul Steinberg Foundation, New York. Foto: Cortesía Caixaforum
Joaquín Torres García. <i>América invertida</i> 1943. © Joaquín Torres García, Museo Torres García
Joaquín Torres García. América invertida (1943). Foto: Cortesía Caixaforum
Contingent. Adriana Varejão (1998-2000).



Danse Serpentine [II] (Cat. Lumiere n765-I)(1897 - 1899). [the American dancer Loie Fuller (1862 - 1928) became famous for the veils that she twirled around her during her choreographies. Her first work, Serpentine Dance, was staged in New York in 1892 and was an instant hit. Illuminated by dozens of side projectors, Loie Fuller was able to make her body disappear under a veil several meters long, whirling on a glass square backlit by colored bulbs...]

20/02/12

Le mappe degli stereotipi culturali realizzate da Alphadesigner

Yanko Tsvetkov è un brillante artista bulgaro meglio conosciuto come alphadesigner. A parte invitarvi a leggere la sua autodescrizione che lo qualifica ai miei occhi come incarnazione assoluta di ciò che secondo me dovrebbe essere e fare un artista, riporto qui il suo progetto delle 'mappe degli stereotipi culturali' - ovvero rappresentazioni di come, nel nostro mondo, ciascuna cultura viene sommariamente percepita dai membri di altra cultura.



15/12/11

Mapping Workshop: "Luoghi non comuni | San Salvario" @ Cantiere25, Torino! 29|12|2011


Mapping workshop gratuito
"Luoghi non comuni | San Salvario"
29|12|2011 h. 16-20

@ Cantiere25
via Berthollet 25, Torino


Di un luogo si può fare una precisa cartografia in scala. Oppure se ne possono realizzare infinite mappe personali, rappresentando in totale libertà di forme, materiali e soggetti i luoghi importanti per noi - i negozi dove siamo soliti fare acquisti, i caffè dove ci incontriamo a chiacchierare, le scuole o i parchi in cui portiamo i nostri figli...

Le mappe di Marisa Seguin

marisa-seguin-here-there7L'illustratrice canadese Marisa Seguin ha un modo tutto suo, coloratissimo, di rappresentare le città che visita.
Di seguito alcune illustrazioni, a mio avviso particolarmente ludiche e curiose.




12/12/11

Susan Stockwell: pc e vestiti da un mondo antropomorfizzato

Susan Stockwell è un'artista inglese che, a partire da cavi, schede madri, microchip, ha realizzato un progetto (in realtà continuativo nel tempo) dal titolo Maps, consistente appunto in una serie di mappe e ricostruzioni topografiche che mirano alla restituzione artistica di avvallamenti, catene montuose, fiumi e laghi così da comporre visualizzazioni del mondo formato oversize completamente assemblate con pezzi di pc riciclati. Comme dire: il mondo contemporaneo è fatto di pc di tastiere, monitor, e questo 'villaggio globale' si sta estendendo alla totalità delle terre emerse…

05/10/11

ETNOGRAFIA "IN LOCO": comprendere i luoghi



Appello a manifestazione d'interesse
e di partecipazione


L’associazione culturale Fieldworks di Torino e l'associazione culturale Pluriversi di Milano lanciano un appello alla partecipazione, rivolto a studenti e laureati dai 18 ai 30 anni, a un workshop gratuito sui luoghi e sull’abitare da svolgersi nella primavera 2012 a Torino o a Milano come iniziativa europea Youth in Action.


Chi
Giovani dai 18 ai 30 anni, preferibilmente studenti universitari, laureandi o laureati in corsi di laurea di architettura, urbanistica, e discipline sociali.

Perché
Molti studenti o laureati che andranno a lavorare in futuro su pianificazione/progettazione di spazi urbani, coesione sociale e territorio, iniziative di comunità ecc. spesso hanno scarsa competenza pratica di osservazione e interpretazione del contesto sociale e culturale e del dialogo con gli abitanti dei luoghi, mentre tale premessa è essenziale.

Cosa
Il workshop consiste in a una settimana di formazione e iniziative collegate finalizzato a imparare concretamente – lavorando con scrittura/fotografia/video – a fare ricerca etnografica (osservazione partecipante e interpretazione dei dati) sul contesto sociale e culturale in ambito urbano, sulla costruzione di senso intorno all’abitare, e sulle pratiche che gli abitanti intessono intorno ai luoghi in cui risiedono.

Come
Nel contesto del lavoro i partecipanti produrranno un'etnografia condivisa che verrà pubblicata online – per dare loro massima visibilità e massima possibilità di condivisione con le reti territoriali e culturali di potenziale interesse e affinità già esistenti della riflessione prodotta.

Quando
Una settimana nella primavera 2012, con pre-iscrizione entro il 20 ottobre 2011.

Dove
A Torino o Milano, in relazione alla preferenza della maggioraza dei pre-iscritti.
 


COME ISCRIVERSI!
 
Per partecipare al workshop, scrivete entro il 20 ottobre 2011 un'email a:

Cristina Balma-Tivola cbalmativola@yahoo.com
oppure Barbara Caputo o Paolo Melissi pluriversi@gmail.com

indicando:
  • nome e cognome
  • data di nascita
  • sintetica autopresentazione
  • ragioni di interesse
  • città di preferenza per lo svolgimento del workshop (tra Torino e Milano).

La partecipazione è gratuita e la preiscrizione, pur se consigliata (sarà ammesso un massimo di 20 partecipanti), non è vincolante alla partecipazione.


05/09/11

Googlemaps incontra Rorschach


James Bridle, è un artista inglese che - sul sito Rorschmap.com - ha diviso in quattro sezioni speculari lo schermo sul quale scorrono le immagini da googlemaps.
Scorrendo con il mouse potete creare evoluzioni e ricami attraverso fiumi, laghi, catene montuose, pianure e città. E inserendo coordinate o indirizzi potrete verificare le vostre mappe stradali o satellitari a effetto caledoscopio.

01/08/11

Le mappe reinterpretate da Ingrid Dabringer

L'artista canadese Ingrid Dabringer rielabora quelle che sono illustrazioni comuni - quali mappe di stati e continenti - gettandovi uno sguardo personale che fa emergere immagini e soggetti che rappresentano la sua interpretazione - con la propria pittura - del materiale di base.


04/06/11

Sinfonie della città: Ruttmann e Goldenbeld

Walter Ruttmann (Francoforte sul Meno, 28 dicembre 1887 – Berlino, 15 luglio 1941) si avvicina alle problematiche avanguardiste del cinema di puro ritmo e astratto realizzando tra il 1919 e il 1925 cinque film, che genericamente intitola Opus (I-V), in cui fa muovere forme geometriche piane nella terza dimensione apparente, riuscendo così a creare l’illusione di cubi, sfere e parallelepipedi che «danzano» su tempi metronomicamente determinati, retti da musiche da lui appositamente composte. Esaurita la ricerca sul cinema astratto, ne applica i risultati sul ritmo nel documentario Berlin: Die Sinfonie der Großstadt(1927, 65min). Film muto, esso viene nondimento musicato con una partitura per orchestra a opera di Edmund Meisel, che potete ascoltare nella clip che vi propongo in questa sede.

02/05/11

Francesca Berrini: da mappe reali a collage d'artista

Le mappe - e qui ve ne fornirò una rassegna perché sono ragione per me di grande fascino - in moltissimi casi possono essere considerate vere e proprie opere d'arte. Relativamente immediato desiderare di lavorarvi sopra gestendole come collage, come fa Francesca Berrini, la quale guarda con curiosità ai confini, ma nel medesimo tempo vi sovrappone la propria consapevolezza degli attraversamenti attuati da intere popolazioni in barba a segni in colori accesi tracciati su un pezzo di carta.
 
Come la stessa artista dichiara, "mentre i confini umani e le vie di passaggio e di viaggio variano, le caratteristiche del paesaggio sembrano rimanere solido sotto il flusso di umanità. Le mappe sono sempre solo un assaggio di un momento nella storia, un autoritratto del tempo in cui esse vengono fatti. Eppure, le mappe costantemente riflettono l'influenza che gli esseri umani hanno avuto nel modificare la loro ambiente." "[...] In ogni pezzo, cerco di creare l'illusione di fattualità e di catturare una nostalgia per l'idea di luoghi lontani. Sia attraverso la combinazione di tipologie diverse di carta, sia apertamente con l'introduzione di immagini e testo [...]. "

Altre informazioni su Francesca Berrini

(e cliccare sulla mappa per ingrandire)

Francesca Berrini: With Us Or Against Us

18/04/11

Cartografie soggettive di territori virtuali: perché no?

Di solito penso alle mappe come modalità di visualizzazione di luoghi concreti, eppure... eppure ormai parte della nostra vita e della nostra identità è spesa anche in luoghi virtuali, luoghi che non sono spazi, ma sono anche privi di materialità - evanescenti. Eppur reali. 'Territori' nuovi - con nuove estensioni, confini, popolazioni, comunità, sistemi di valori e norme di comportamento.
Potremmo pensare a visualizzare in una mappa il modo in cui li percepiamo?

Il giovane e geniale Randall Munroe l'ha fatto, e nel suo blog troviamo una prima mappa realizzata nel 2007 e una seconda datata 2010.

La sua visualizzazione riprende quella di una sorta di una mappa del tesoro, in cui nella prima trovano spazio MySpace, Wikipedia, un Facebook ancora abbozzato, AOL, più altri microaree di Flickr, Last.fm, mentre nella seconda diventano preponderanti Facebook, Farmville, YouTube, Skype, Twitter e un'indistinta area blogging (cliccate su entrambe per ingrandirle).

Ora: è chiaro che questa rappresentazione sia estremamente soggettiva e giocosa come il blog dal quale proviene, eppure ci dà informazioni su un 'luogo percepito' secondo l'esperienza del soggetto che la disegna - un luogo che non potrebbe mai venire definitivamente cartografato secondo un sistema standardizzato.


Ma chissà quali informazioni ci darebbe una ricerca comparativa che ricorresse alle mappe come tecnica di indagine e raccolta di dati in merito alla nostra percezione dei territori virtuali che ormai occupano così tanto tempo della nostra vita quotidiana...

2007
2010

21/11/10

Hackney (London) /2

Di qui chiedemmo ai partecipanti di cominciare a disegnare ciascuno la propria mappa individuale del quartiere, e quelli che seguono sono momenti e risultati del loro/nostro (perché la disegnammo anche noi!) lavoro.

© Martina Macconi
© Cristina Balma-Tivola
© Cristina Balma-Tivola
© Cristina Balma-Tivola
© Cristina Balma-Tivola
© Cristina Balma-Tivola
© Cristina Balma-Tivola

Le mappe così realizzate vennero appese al muro, e le persone - in un momento di pausa in cui mangiammo torte e bevemmo the gentilmente preparati dai ragazzi del centro - man mano illustrarono agli altri partecipanti la loro mappa. Emersero non solo ricorrenze interpretative dei luoghi, ma anche sensazioni rispetto a questi, e molte osservazioni che investivano la percezione sensoriale del territorio. Per tutti, la grande sorpresa del verso degli uccelli, la presenza di animali abitualmente percepiti altrove come selvatici, e la frequente ricorrenza di spazi verdi.

La seconda parte del lavoro consistette nella creazione di una mappa collettiva, e visto che non si riuscivano a individuare modalità per sbloccare l'impasse della sua concezione, Chris si buttò a terra su un grande foglio che avrebbe ospitato la nostra mappa collettiva e chiese che qualcuno disegnasse il contorno del suo corpo. Facemo tutti lo stesso, quindi contemplammo le sagome e indicammo cosa ci ricordavano. Da qui macro-temi, nei quali ciascuno, poi, liberamente, inserì scritte e ulteriori disegni.
© Martina Macconi
© Martina Macconi
© Martina Macconi
© Martina Macconi
Fu così che avemmo temi quali gli animali, il cibo, le cose nocive, le paure, i motivi di attrazione e altri ancora. Il laboratorio aveva messo insieme persone di diversa età e di diverso genere, per non menzionare le nazionalità rappresentate e le ragioni del legame col quartiere. Ci aveva fatto ragionare e stare insieme, in modo libero e concreto, e giocando ci aveva permesso di conoscerci, e produrre qualcosa di individuale e collettivo allo stesso tempo. Memoria, interpretazione e desiderio s'erano incontrati d'incanto - anche solo per un istante - in una microcomunità estemporanea. E felice.

Hackney (London) /1

Il laboratorio di cui parlo oggi è in realtà avvenuto lo scorso 24 aprile 2010  ad Hackney, Londra (UK), ed nato dalla mia volontà di giocare con altre persone - con il disegno, la memoria, il dialogo e la percezione di un luogo urbano - nel quartiere in cui vivevo, un'area del nord-est della città caratterizzata dalla presenza di immigrati di diverse origini culturali o religioni differenti . Tali comunità sono in realtà relativamente separate tra loro in aree diverse, all'interno dello stesso quartiere, in base alla distanza dal centro della città (la cosiddetta 'city') così che alla fine ciascuna specifica identità culturale abita questo triangolo/porzione di corona circolare delimitata a ovest dal quartiere invero più fashio di Islington e a est l'area più depressa ma anche modaiola di Tower Hamlets. In mezzo a tali presenze, che annoverano pachistani e indiani, così come africani di origine caraibica e infine - nella zona più a nord - ebrei ortodossi, si muove tutta la fauna di giovani bohemien, artisti (veri o presunti), studenti, e via dicendo. Fino a pochi anni fa terra di nessuno in mano a bande di ragazzini e ad alta densità criminale, il quartiere è ora stato rivalutato da generose ristrutturazioni, recuperi di spazi industriali, e rivalorizzazioni di aree caratteristiche con l'incremento di attività commerciale (cfr. il Broadway Market, mirabile esempio di efficace invenzione di tradizione).
Hackney ospitava in quel periodo, ed è il luogo ove si svolse il laboratorio, anche un centro occupato/sociale di ispirazione libertaria, dove le persone che lo desideravano potevano recarsi e chiedere la disponibilità dello spazio per realizzare una qualche attività gratuita per la gente della zona.

Nei primi tempi in cui ero a Londra, così come ho scritto in altri post, contattai Captain Mapp, che aveva già una lunga esperienza di conduzione di laboratori quali quello che mi accingevo a proporre. L'idea era realizzare una giornata/pomeriggio di incontro, suddiviso in due momenti con una pausa in mezzo, nel quale portare i partecipanti - che in qualche modo avevano qualcosa a che fare con il quartiere o perché vi vivevano, o perché vi si recavano per lavoro, o ancora perché lo attraversavano per qualche ragione nella loro vita quotidiana - a disegnare prima una mappa di come percepivano affettivamente il luogo, e quali ne fossero i luoghi simbolici dal loro personale punto di vista - e poi a disegnare tutti insieme una mappa collettiva del quartiere.
Captain Mapp fu subito entusiasta dell'ipotesi e così decidemmo di svilupparla insieme, preparandone l'articolazione in un pomeriggio, realizzando i flyers (dove lui li disegnò e impostò graficamente, mentre io ne scrissi i testi e inventai il nome del progetto Un/Common Places) e la promozione relativa.

© Cristina Balma-Tivola
I ragazzi del centro occupato di Mare Street (quello era il luogo che ci avrebbe ospitato) ci diedero un aiuto enorme, volantinando e attacchinando i flyers ovunque - pure su una pubblicità che riecheggiata il concetto di mappe, ma che essendo un'azione istituzionalizzata e pubblicitaria, poco aveva a che fare con il senso profondo del nostro gioco, invero molto serio, sulla memoria, il luogo e l'identità.

Il giorno del lavoratorio io e Chris (il capitano!) mangiammo qualcosa insieme fuori dal centro occupato, poi aspettammo l'arrivo dei partecipanti. Quando fummo una ventina di persone, nell'area antistante il bar del centro, iniziammo il lavoro, spiegando in pochi minuti la nostra proposta e le ragioni di desiderio di conoscenza e di condivisione delle percezioni del luogo che vi stavano dietro. Decidemmo di cominciare con un gioco, consistente nello scrivere su pezzetti di carta, tre posti specifici simbolici di qualcosa - nel bene o nel male - per ciascuno di noi all'interno del quartiere. Raccogliemmo i foglietti e ne raggruppammo secondo i luoghi comuni indicati, chiedendo chi li avesse scritti. Persone diverse per genere, età, provenienze riconobbero che in alcuni casi indicarono lo stesso posto. Cominciammo a chiedere le ragioni di tale scelta e i legittimi autori le spiegarono. Il ghiaccio era rotto.

11/10/10

Identità, luogo, comunità: appunti per un dibattito

Identità culturale, etnocentrismo, etnocentrismo critico

L’‘identità’ si riferisce alla percezione che ogni individuo e ogni gruppo ha di se stesso. Questa percezione non è solo il risultato di una presa di consapevolezza dell’individuo o del gruppo, bensì risulta dal riconoscimento reciproco fra l’individuo e la società cui egli appartiene e con la quale intrattiene relazioni.
L’aggettivo ‘culturale’ deriva dal termine ‘cultura’ – qui intesa come patrimonio di norme di condotta, valori, usi e linguaggio che uniscono gli individui. L’‘identità culturale’ di una persona è quindi un insieme di numerose identificazioni particolari riferite ad altrettante appartenenze culturali distinte, in continuo mutamento. Essa presuppone contemporaneamente l’iscrizione in due dinamiche: la prima è quella del rapporto di assimilazione/diversificazione rispetto a un altro (ovvero l’’io’ si costituisce a partire dal rapporto con un altro ‘simile a’ o ‘diverso da’ me), la seconda è quella del rapporto individuale/collettivo (ovvero il precedente rapporto di assimilazione-identificazione avviene anche tra individuo e comunità/gruppo/società e tra gruppi tra loro).

Una caratteristica che l’antropologia ha individuato come ricorrente in tutti i gruppi umani è la tendenza ad ascrivere la qualità dell’umanità esclusivamente a se stessi, dei quali gli individui danno un’opinione positiva, mettendo per contrasto in luce negativa coloro che vivono al di fuori delle proprie frontiere linguistiche, culturali o di classe. L’‘etnocentrismo’ indica la tendenza a considerare il proprio gruppo come centro di ogni cosa e a giudicare gli altri gruppi, le altre società, le altre culture e le loro forme culturali religiose, artistiche, sociali, morali come inferiori ai propri modelli culturali. Il risultato di questo modo di definire se stessi e gli altri è un’idea dell’umanità come costituita da agglomerati più o meno ampi di esseri umani in cui la classificazione tra noi e gli altri, viene assolutizzata sulla base dell’individuazione di determinate qualità – reali o presunte – che sarebbero distintive degli individui appartenenti ai gruppi in questione e che traccerebbero confini invalicabili tra i gruppi. Nello stesso tempo la propria cultura, con tutti i suoi modelli di riferimento e comportamento, viene identificata come ‘la’ cultura in assoluto – l’unica valida, autentica, naturale, originaria e, quindi, ‘umana’.
La proposta formulata dall’antropologo Ernesto De Martino [cfr. (1977), La fine del mondo, Einaudi, Torino] come parziale soluzione dell’impasse che qualsiasi membro di qualsiasi diversa comunità umana ragioni così, consiste nel porsi davanti agli altri con quello che egli chiama l’‘etnocentrismo critico’, vale a dire la consapevolezza che qualsiasi interpretazione e valutazione daremo dell’altro, questa non potrà non essere frutto di una specifica prospettiva culturale e pertanto relativa. Ma proprio il confronto dei nostri valori e dei nostri modelli di riferimento con quelli degli altri sarà ciò che permetterà di tornare a possedere i nostri con accresciuta consapevolezza critica.


Identità etnica

Nel parlare del rapporto tra identità collettiva e luogo, sembra essere utile il fare riferimento alla nozione di ‘identità etnica’, che nella formulazione di Ugo Fabietti [(1998), L’identità etnica, Carocci, Roma] è una vera e propria costruzione simbolica - prodotto di circostanze storiche, sociali e politiche determinate – che consiste in una definizione di sé e/o dell’altro basata su rapporti di forza tra soggetti differenti che insistono sullo stesso territorio per l’accesso alle medesime risorse.
La definizione di sé e/o dell’altro in termini di costruzione simbolica avviene promuovendo una rimozione della realtà storica del gruppo, delle relazioni tra i gruppi sul medesimo territorio e dei rapporti di forza che li hanno visti protagonisti e sostituendo tale rimozione con una memoria storica reale o presunta (memoria etnica), giustificando come naturali - quindi assoluti, eterni, giusti - quegli elementi che definiscono i gruppi in competizione, così che pur se le etnie sono delle realtà immaginate piuttosto che delle entità reali, coloro che vi si riconoscono le percepiscono come concrete e oggettive.

L’antropologo italiano Carlo Tullio-Altan ha individuato cinque elementi sulla base dei quali un gruppo culturale elabora/produce/articola la propria identità etnica [cfr. (1995), Etnos e civiltà, Feltrinelli, Milano]:
1) un primo elemento è appunto l’epos, ovvero la trasfigurazione della ‘memoria storica’: un gruppo umano ricorda il proprio passato e lo guarda attraverso i suoi aspetti positivi come qualcosa che dà prestigio, dignità e appartenenza;
2) un secondo elemento è il modo di convivere attraverso le norme e le istituzioni di un certo gruppo sociale – istituzioni che anch’esse vengono assunte come qualcosa che dà significato alla vita collettiva, dandole il senso di appartenere a qualcosa di nobile: Tullio-Altan chiama questa componente ethos;
3) un altro elemento è costituito dalla lingua, il logos, che permette di comunicare e agire alla/nella comunità;
4) un’altra componente significativa è data dalla sensazione di appartenere a una discendenza ancestrale, un genos, di essere cioè collegati – attraverso una sequenza di generazioni – a una dimensione extra-temporale/atemporale che dà parimenti a un popolo, una società, una comunità la sensazione di appartenenza a una stirpe e fonda un sistema di rapporti di parentela;
5) infine l’ultima componente è il territorio, il topos, che va difeso e protetto, secondo un istinto che unisce uomini e animali: quando le dimensioni del territorio necessario a una comunità diventano molto ampie, esse vanno a includere anche lo spazio vitale di altre collettività e su questa base accadono conflitti per l’accesso a quelle risorse, presenti nello stesso luogo, che le diverse identità etniche rivendicano per sé.


Spazio e luogo

Quando parliamo di territorio, sembra utile richiamare la distinzione, nella lingua italiana, tra due termini (e concetti) – spazio e luogo. Il termine ‘spazio’ indica un’area infinita e illimitata, ma anche indefinita. Al contrario, il termine ‘luogo’ designa una porzione, più o meno ampia, di un territorio o di una regione.
Lo spazio è un’area sulla quale agiscono forze esterne, costanti e generali per tutto il pianeta. Tutta la superficie terrestre si può misurare e descrivere in modo analogo (per mezzo di convenzioni simboliche), può essere incasellata in apposite griglie e riprodotta su mappe, nonché posizionata su queste in relazione a riferimenti esterni quali i punti cardinali ecc. Rispetto a uno spazio che non conosce, l’individuo attuerà una serie di strategie per orientarvisi quali il seguire indicazioni, leggere mappe, consultare bussole – ovvero relazionerà se stesso a un sistema di coordinate che qualcun altro ha elaborato in precedenza per localizzare la posizione in cui egli si trova e di qui muoversi dove deve andare.

Ma l’uomo sembra anche avere un bisogno universale di definire, delineare, delimitare, ovvero di produrre luoghi culturali e simbolici per poter vivere, per poter sfuggire a una spazialità che sfugge al suo controllo e alla sua comprensione – e infine alla sua stessa possibilità di orientarvisi. Per tale ragione, in parallelo o indipendentemente dall’orientarsi in un territorio sulla base di sistemi standardizzati, l’uomo tende sempre a individuare in uno spazio i propri nuovi e personali punti di riferimento, ovvero tende ad addomesticarlo.
Caratteristica di questo spazio percepito – il luogo – è l’assenza di uniformità: l’ambiente esterno non è un qualcosa di oggettivo, semplice, immediato, ma qualcosa che, nel momento stesso in cui è percepito, è già determinato da un individuo secondo una forma simbolica. L’ambiente circostante a sé viene organizzato dall’individuo mediante una ‘trama’ di riferimenti intrecciata alle proprie conoscenze (si tratta quindi di processo ‘attivo’, nel senso che l’individuo elabora le informazioni esterne a partire da conoscenze locali pregresse di un luogo). Lo spazio diventa luogo, e manifesta una condizione fisica e affettiva di rapporto con l’individuo, e – soggettiva e relativa – tale concezione assume la prospettiva del protagonista (individuo o collettività): ad esempio, quando usiamo l’avverbio di stato in luogo ‘qui’ possiamo indicare l’Italia, o – nello specifico di questo incontro – Carugate o Atrion.

Lo spazio viene a essere cioè determinato dai corpi che vi agiscono: può essere quello in cui viviamo abitualmente e del quale eventualmente ignoriamo anche il nome delle vie perché non necessario per i nostri scopi o quello in cui riconosciamo determinati elementi (lo stile architettonico di un palazzo, l’angolo tra due strade in cui è accaduto qualcosa di significativo nella nostra vita) sufficienti a farci capire se stiamo andando nella direzione che vogliamo.


Località e comunità

Il luogo così costruito, addomesticato, apre a un’altra nozione, quella di località. La ‘località’ è un concetto che pertiene all’individuo-in-relazione e che consiste nella percezione del luogo, delle sue dinamiche e delle sue peculiarità da parte di coloro che l’hanno creato (e/o che lo abitano); in questo senso è in diretta relazione con il processo attivo di orientamento nello spazio e con la nozione di luogo. Ma la località così concepita è anche in diretta relazione con il senso d’appartenenza a un ‘noi’ collettivo – interno al luogo – rispetto a un ‘altro’ (o più ‘altri’) esterno a quel luogo e in tal senso tale concetto si lega strettamente alla questione dell’identità.
Il Giappone contemporaneo, ad esempio, prevede un’organizzazione spaziale in cui, salvo poche strade di recente denominazione, le città sono costituite da agglomerati di case dove coesistono antiche e nuove costruzioni senza un ordine apparente, senza indicazioni topografiche, senza numeri civici progressivi, pertanto la soluzione per orientarsi consiste unicamente nel chiedere indicazioni alla cittadinanza locale che, in virtù di un’ospitalità verso l’estraneo codificata culturalmente, fornisce risposte precise e mappe schizzate puntuali [cfr. Roland Barthes (1984), L’impero dei segni, Einaudi, Torino e Giorgio Arduini, comunicazione personale].

Cosa accade quando persone che si riconoscono afferire a ‘noi’ differenti ‘insistono’ sullo stesso luogo? In primis, rischia di emergere un conflitto di tipo etnico – e la società italiana contemporanea ne è un esempio calzante, con la presenza ormai strutturale di comunità di diversa origine culturale e al contempo il riemergere di identità locali ‘autoctone’ che rivendicano la priorità di diritti sul territorio.
Ma, se a livello della dimensione locale si può concretizzare il rischio del conflitto sociale, nella stessa vi è anche la possibilità di sperimentare relazioni faccia-a-faccia e di discutere concretamente i propri riferimenti simbolici e le concezioni della propria identità. Questa sembra un’ipotesi di soluzione del potenziale conflitto sociale particolarmente realistica e percorribile nel caso della società italiana – fortemente connotata dall’abitudine alla soluzione dei problemi e delle sfide della contemporaneità a livello locale, con sperimentazioni, innovazioni, tentativi ‘dal basso’.
Condividere la memoria e la percezione soggettiva del luogo in cui viviamo può essere una di queste strategie di incontro/confronto/condivisione, e – nel caso più felice – potrebbe addirittura svelarci che, nel nostro essere assolutamente ‘unici’, abbiamo ciononostante tratti in comune con altri ‘noi’ che abitano lo stesso territorio. Una premessa alla quale vale la pena guardare per costruire modi particolari, locali, inediti per vivere insieme – per costruire nuove appartenenze collettive e nuove ‘comunità’.

10/10/10

Mappe di località, un laboratorio a Carugate (Milano)

Alcune settimane orsono venni contattata da Davide Zucchetti - promotore, insieme ad altri 'ragazzi', della realizzazione di una mostra fotografica dedicata all'identità culturale e al luogo di Carugate, cittadina in provincia di Milano. Davide mi chiedeva la disponibilità del mio video Identità culturale, realizzato nel 2003 e ispirato a Lo studio dell'uomo di Ralph Linton, per usarlo come 'sfondo teorico' a tale mostra, mettendolo in loop nello spazio espositivo in cui sarebbero state esposte appunto immagini fotografiche b/n del paese negli anni '70 e una raccolta di frasi sul tema dell'identità tratte da poesie e brani letterari. Tale iniziativa rientrava nelle 'azioni' previste all'interno della Biennale d'Arte Popolare, alla prima edizione, organizzata a Carugate e sostenuta dagli enti locali in collaborazione con l'Accademia di Brera e alcune altre realtà cittadine ed extra-cittadine.

Incuriosita dall'idea di un gruppo di persone che si stava interrogando sul cambiamento culturale di un paese, rilanciai con - a mia volta - la proposta di partecipare di persona alla serata inaugurale tenendo un incontro sul tema "Identità, luogo e comunità", e di incontrare il gruppo dei 'ragazzi' che se ne stava occupando insieme a Davide in anticipo, per dare loro la mia opinione sull'allestimento e concordare lo svolgimento della serata in base ai loro interessi/obiettivi.
Fu così che venerdì 24 settembre mi recai a Carugate e li incontrai, per scoprire che i 'ragazzi' erano un gruppo di battaglieri coscritti sulla sessantina - che il tempo non aveva affatto reso meno polemici e appassionati, vivi, curiosi, e critici. Un genere di persone tra le quali mi trovo spesso bene. E così fu pure stavolta - sebbene posso io stessa immaginare le loro perplessità per una che arriva 'da fuori' e propone loro roba apparentemente 'assurda'.

La 'roba assurda' che ho proposto loro è stata di parlare 5 minuti del tema per poi animare un laboratorio sulle mappe cognitive del luogo, o di comunità, o di località, o parish maps - chiamiamole come vogliamo. In sintesi, seguendo la lezione situazionista e la psicologia cognitiva, ciò che chiedo in questi laboratori è di disegnare delle mappe che non siano cartografie in scala di un territorio, ma rappresentazioni di come un individuo 'sente' quel luogo - ovvero di disegnare tracciati delle strade che percorre/attraversa nella sua vita quotidiana, di segnare posti per lui simbolici nel presente o nel passato, per far capire ad altri cosa vede lui/lei quando 'vive' un determinato posto (in questo caso, un paese di cui è cittadino).

E alla fine così è stato: mercoledì 6 ottobre sono andata di nuovo in questo posto davvero ben curato e amato da chi lo frequenta e/o gestisce, Atrion, centro socioculturale con annessa biblioteca cittadina, e lì ho visto montata la mostra. Semplice, pulita, ma profonda e stimolante, ciò che secondo me una cosa del genere dovrebbe essere. Il pubblico ha cominciato da affluire per poi, verso le 21, riunirsi nel salone in cui - anche qui con scelte dell'ultimo momento e con molta autogestione/autorganizzazione/improvvisazione - è stata presentata l'iniziativa e io a mia volta ho dato il via alla proposta. Sul tema che avrei voluto trattare mi sono limitata appunto a pochi minuti - il testo integrale da scaricare Identità, luogo, comunità: appunti per un dibattito, se foste interessati, ve lo rendo disponibile qui.

Poi ho proposto appunto la creazione di queste mappe e lì le persone (tra le 40 e le 50 a occhio e croce) hanno aderito con un inaspettato entusiasmo. Presi fogli A3 e cominciato a disegnarvi sopra individualmente o in piccoli gruppi di 2-3 persone, hanno concluso questa prima 'tappa' della serata per poi dedicarsi al meritato rinfresco, dal quale rientrare nel momento in cui io e Davide le abbiamo chiamate a raccolta dopo aver appeso su una vetrata di Atrion i loro lavori.
Qui ho chiesto loro di raccontare la propria mappa, ed è stato davvero affascinante verificare il loro piacere e la loro facilità nel raccontarsi nel momento in cui avevano uno 'strumento' visivo cui anche gli altri - gli uditori - potevano riferirsi per orientarsi nel paese attraverso gli occhi, il disegno e il racconto del narratore, così come è stato commovente vedere che alla narrazione del singolo facevano eco approvazione, commenti e condivisione di ricordi degli altri uditori, portando ciascuno a propria volta - sullo stimolo del protagonista del momento - le proprie storie e condividendole con gli altri.

Le persone erano sorridenti, felici e un po' malinconiche - ma sempre lo si è parlando del proprio passato e di quando 'si era giovani'. Nondimento, concretamente, sono venute fuori ipotesi per il futuro del paese - ora città - e a quel punto la mia proposta è stata di concludere la serata con una 'mappa collettiva del desiderio', che ritraesse come si voleva fosse la città in futuro. Ripristinare vie d'acqua coperte nel tempo dal cemento, individuare un'area per una grande piazza per una potenziale socializzazione - specie in orario serale - di contro all'assenza di un luogo atto a questo scopo, l'installazione di panchine dove le persone possano vedersi reciprocamente e parlare, qualche gelateria o osteria (o entrambe, per soddisfare i desideri di tutti) aperta in area centrale in orario serale, più piste ciclabili, e vie chiuse al traffico nell'area della futura piazza, ma uno scorrimento migliore per quelle destinate a portare i milanesi nei centri commerciali della zona - che invero non provocavano troppe critiche per concorrenza o simili, quanto piuttosto per il traffico e l'inquinamento che hanno portato in paese.

La serata si è conclusa piacevolemente con la produzione di quest'ultimo lavoro, e il ritorno a casa soddisfatto delle persone che vi hanno partecipato. Da parte mia la sensazione che il mio modo di essere "antropologa" possa avere una qualche utilità, così come la mia stessa vita (che ogni tanto ne dubito). Grazie di cuore a tutti coloro che vi hanno partecipato - sono sempre in attesa di ascoltare le vostre storie e i vostri desideri. E di condividerli.

17/02/10

Picturing London (The Map Room Is Open)

Do not trust maps, in London, they don't tell the truth: what you think is nearby on the map, will always be elsewhere in the reality. Walking is something I do really enjoy. Covering neverending distances is something I enjoy less, but still is a wonderful way to get to know a place. When I don't walk, I observe this town from above: from the upper floor of the buses, from the windows ot the overground train crossing the houses at their somthing like second floor of the houses. And I grasp instants of people lives: a white man gardening the backyard of his place, a woman caring at her kids inside a sad grey block, a couple of gothics walking to reach Camden Lock. I take the chance of any interview and any step I do in my job search (yes, now I'm searching for a job - it seems there's always something to search for here in London, doesn't it?) to discover new areas of the town, but at the moment I mostly had the chance to explore - if you look at a standard map of London and use the Thames to split the north and the south of the town, and the City as 'hardcore' of all the issue - some east, some north-east, some north-centre and some south-east of the Thames.
I had to meet Chris, a few days ago, at the 56a Infoshop Social Centre. You can reach that place taking a couple of buses from Clapton Pond (where I live) to Walworth and, as I never give up any chance to play, I did it also this time. This means that, without any 'academic' intention about questioning issues such as place, standard maps, distances and cultural assumptions about the boroughs I was going through, I jumped on a bus, reached the upper floor and began shooting pics as a common tourist. I wasn't really interested in anything in particular. I just took a pic any time I had a question or some stupid reflections were coming up to my mind.

Clapton Pond seems like a fairytale, notwithstanding its poverty. A fountain, a small wood bridge, a few trees, and probably ducks (not in this season). In front of it, waiting for the bus, you are offered the sight of some anonymous shops and a phone box sunk in the cement of the pavement (it's a pretty traumatic experience calling from there, as the pavement itself is partially lift so that you are forced to assume a diagonal position with your body as well, and hope not to fall out of your centre of gravity).
From the bus I take a few pics, perfectly knowing the areas of the town I'm in - and being able to figure them both in my mental map of London and in the memory I have of the standard map of it, but still... where are the borders among the different boroughs? And how comes that sometimes boroughs are not written in some maps, but smaller areas within them are? Which is the reason why a map includes the name of a smaller area and skips out the one of a bigger borough?

The freedom of enjoying this small trip gives me the chance to notice and joke about the places, so that I feel moved as I see a huge building in cement, glass and steel with two high wings... and something that seems just fallen down between them. I can imagine it desperately crying to the people walking quickly in the streets nearby, and I can hear its voice and story: "Hey, you, can you help? I'm a piece of the roof, I fell between the two wings of this building and it's so narrowed that I can't stand up anymore so to climb it and get back to my place... CAN SOMEONE HEEELP?!?!?!?!".





Chris (Captain Mapp) draws maps, and makes people do the same. Then he collects the works produced and organises exhibitions of them. I ask him what's next, when he leads a workshop or a walk with people, and they produce their maps of a place, or tell him their stories/memories about a neighbourhood in the past. "What's next? Nothing!" - he replies. All is spent in the dimension of the actualising, in a full situationist style.
I got to know him whilst searching online for maps and mapping in London, and I met the project “THE MAP ROOM (is open…)” – that exists also in reality as “suitcase” archives of maps, projects, festivals he produced (or led the production of)… The maps we are talking about are not the usual ones, with standard points of reference anybody could use to orientate in the space: they are subjective, emotional, symbolic, and mostly depict their author, his/her memories, points of view and desires. They reflect the sense of a place by those who live it, and for this reason both a (psycogeographer) artist and an anthropologist can be interested in them. I’m starting wondering how an ethnographic project I have in my mind about the issue of “personal and collective identity” could match with his work and be developed by our different, but closed, gazes. One of these days, I will find out the time to write a draft about it, and ask Chris to give me his feedbacks and work on it himself too.

More pics here: From Clapton Pond to Walworth

06/01/08

Etnografia dello spazio urbano II – La mia ‘mappa cognitiva’, negozi, nuovi ‘amici’

Cambiare casa e andare a vivere in un’altra città, o anche solo in un altro quartiere, significa dover sviluppare una nuova ‘mappa’ di punti di riferimento necessari per le attività fondamentali dell’esistenza quotidiana. E per conoscere un posto nuovo per me non c’è modo migliore di camminarci dentro - sentendone odori e suoni.

I primi giorni in cui abitavo nella casa nuova la mia esplorazione del quartiere si fermava a brevi puntate verso la latteria e la panetteria. La latteria era un negozio d’altri tempi con due porte di ingresso. Una apriva sul lato bar, dove un semplice bancone con la macchina del caffè, un tavolo con la tovaglia a quadri bianca e rossa e quattro sedie ospitavano anziani clienti al mattino e muratori e operai all’ora di pranzo. L’altra porta apriva sulla latteria vera e propria, un ambiente piccolo con uno scaffale refrigerato per i latticini. A fianco della latteria, una panetteria con il forno annesso aveva un aspetto decisamente più moderno, ma anche standardizzato - con il mobilio in legno chiaro grezzo. Una volta questo negozio era più piccolo e i prodotti si ammucchiavano in un caldo e denso disordine. Mio nonno, ogni Natale, comperava qui il pandoro e non perdeva mai l’occasione di acquistare anche un paio di numeri della ‘lotteria della panetteria’ – un’iniziativa che illustra bene la dimensione ‘locale’ della quale sto parlando. Le nostre vincite, in questo caso, si limitavano a una bottiglia di spumante di qualche marca di media qualità.


Come me - e con me - mio nonno paterno amava camminare. Mi prendeva per mano - avevo sei/sette anni - e mi portava in giro nel suo tentativo quotidiano di prendersi qualche ora d’aria da mia nonna. Compravamo per lo più in panetteria: mio nonno si faceva mettere da parte il pane e altre cose, pagava e vi lasciava le borse in consegna per poi riprenderla al ritorno. Poi proseguivamo fino dal giornalaio - un tifoso sfegatato del Torino come tutta la mia famiglia – dove chiedevamo
La Stampa e a me, se era già uscito, Topolino. La gestione dell’edicola oggi cambia in continuazione e ogni sabato che mi permetto l’acquisto de La Repubblica non so mai se la troverò aperta o chiusa.

Nelle passeggiate di un tempo la tappa successiva era dalla verduriera, dove gli acquisti terminavano. Ultimamente, una sera, sono entrata in questo negozio alla ricerca di un limone e, appena varcata la soglia, mi ha investito l’odore che c’era già trent’anni fa – odore di mobili vecchi, conserva di pomodoro fatta in casa, cassette di cipolle. Mio nonno, con la sua cortesia piemontese, si intratteneva a lungo a parlare con lei (così come con tutte le commesse e le signore del vicinato, a dire il vero), per poi cercare di nuovo la mia mano e riprendere poco convinto la strada di casa.

Camminava molto, molto, molto lentamente e quasi sempre mi faceva giocare ancora una mezz’ora nei giardini davanti al giornalaio, per poi fermarci ulteriormente al bar dell’angolo, dove prendevamo l’aperitivo – un Punt-è-Mes lui, un Crodino io – leggendo ognuno il proprio giornale.

La ‘mappa’ di mio nonno prevedeva spostamenti verso sinistra. La mia attuale verso destra. Niente politica - solo l’asse sul quale si situano i nostri negozi e locali preferiti. Salvo per la panetteria, i servizi più utili per me sono nella direzione opposta. I primi tempi in cui vivevo qui, non potendomi preparare la colazione in casa, sperimentai tutti i bar della zona alla ricerca del caffè migliore. Su un angolo diverso da quello del caffé scelto da mio nonno, ho trovato il ‘mio’ bar. Col proprietario ormai siamo in confidenza, ci siamo raccontati le nostre storie e ci chiamiamo per nome, sempre mantenendo una gentilezza e una riservatezza ‘sabauda’ – nel loro caso acquisita, nel mio meticcia. Poi ci sono la tabaccheria, con la commessa africana che parla con un accento piemontese più forte del mio, e l'ufficio postale, dal quale partono i miei pacchi per l'altra parte del mondo che tanta perplessità e curiosità suscitano negli impiegati che mi aiutano a spedirli.

Nella notte, infine, in questa zona c’è sempre la certezza di mangiare qualcosa: sull’altro angolo del corso un chiosco dei panini vende salsicce e verdure di dubbia conservazione, ma quando la fame è disperata pure quello va bene. A volte ci vado tornando dai miei giri serali e bevo qualcosa con il gestore, la commessa rumena e i militari in libera uscita della caserma di fronte. Lascio parlare ciascuno a ruota libera, ascolto pezzi di vita e in qualche modo sono felice della diversità che mi ritrovo anche sotto casa. Talvolta questi ragazzi mi accompagnano fino al portone. In altri casi sono da sola e cammino rasente i muri dell’azienda telefonica, nei cui anfratti si riparano con scatoloni e coperte i senzatetto.
Il mio ritorno è protetto in ogni caso: dalle telecamere di sorveglianza, da vicini affettuosi quanto poco riservati, dai mille occhi dietro le tende e le finestre di vecchiette incapaci di dormire – nuovi ‘amici’, nuovi angeli custodi.

15/12/07

Etnografia dello spazio urbano I - La nuova casa, un’atmosfera famigliare, il palazzo di fronte

Torino: Via Ardigò, via Giordano Bruno, Via Galuppi, Corso Unione Sovietica.
Sono venuta ad abitare qui nell’agosto del 2004. L’alloggio è quello dei miei nonni, ristrutturato a mia misura per farne la MIA casa, quella alla quale poter tornare periodicamente - nel resto della vita - qualsiasi scelta, viaggio, spostamento temporaneo avessi deciso di fare.
Non abitavo qui nel periodo in cui ci vivevano i miei nonni, ma l’odore delle pietanze preparate per pranzo è qualcosa rimasto invariato da trenta anni e suona famigliare e protettivo alle mie narici. Questa è la ragione per la quale in questa casa mi sento così al sicuro e tranquilla – rispetto alla casa precedente in cui la sensazione di estraneità e pericolo erano costanti.
Un’altra ragione di questa nuova (vecchia) sensazione è sicuramente dovuta alla struttura stessa del palazzo, un’ex-casa popolare, come erano tutte quelle presenti in questa zona con le quali condivide la medesima semplice e scarna fisionomia.

ba2167f4e9ecd777d141e31c15b61a7c.jpgNiente di speciale e tutto molto ‘vicino’. Tale prossimità ai miei dirimpettai era un’esperienza inedita, quando mi sono trasferita qui: l’alloggio in cui avevo vissuto sino a quel momento era al decimo (ultimo) piano e non aveva nulla intorno – solo il vuoto – e da lì si vedevano le colline da un lato e le montagne dall’altro.
Ora avevo dei vicini! Cominciai a chiedermi chi fossero e come vivessero. La mia curiosità antropologica e il mio desiderio di osservare e immaginare vennero profondamente stimolati, ma d’altra parte, essendo a mia volta persona riservata, mi fermai a pochi dettagli e non indagai oltre.

40e57475ba1e4ca407b58f48f6ab9be5.jpgVerificai che la mia dirimpettaia, dall’altro lato della strada al medesimo piano, era una ragazza straniera – desumevo ciò dai suoi tratti somatici – ma non compresi subito la sua origine culturale. Nell’appartamento sotto il suo c’era invece una ragazza visibilmente orientale, che passava la maggior parte del tempo a lavare, stendere, bagnare i fiori e telefonare. Provai infine un'invidia pazzesca per le piante di quelli che vivevano al secondo piano del medesimo palazzo, che erano riusciti a rendere il loro balcone una ricchissima serra.

Iniziai a vivere qui nel momento in cui cominciai la scrittura della tesi di dottorato. Al tempo era ‘abitabile’ solo la camera da letto e il bagno, anche se in questo non c’era ancora l’acqua calda (ed essendo estate ciò non rappresentava un problema). Il mio tempo lo passavo interamente al computer nell’area studio della camera - di fronte alla quale c’era appunto quest'altro palazzo.

Tenevo le finestre aperte e il pomeriggio il sole colpiva in pieno la zona notte, riscaldandola ulteriormente. Conobbi ‘a distanza’, e con profondo disappunto, il ragazzino adolescente del terzo piano (sempre nel palazzo di fronte), il quale – approfittando dell’assenza dei genitori – passava i pomeriggi ad ascoltare la radio al massimo volume, riempiendo questa piccola via di soli quattro numeri civici della peggiore musica commerciale in circolazione. Le maledizioni e le minacce di chiamare le forze dell’ordine che puntualmente lo raggiungevano dai diversi balconi nei pomeriggi afosi mi permisero di conoscere i volti di metà degli abitanti di queste case – ciascuno con la propria modalità di comunicazione verbale e imprecazione. Era tutto molto ‘folk’.

Ero entusiasta d’avere finalmente uno spazio mio. Immaginavo che sarei stata finalmente disordinata e caotica come – di fatto – sono, ma alla fine diventai maniacale e ordinatissima, come un animale che protegge la sua tana.

Scrivevo tutto il giorno e a metà del pomeriggio mi concedevo una merenda o un the. Le mie pause coincidevano con quelle della mia dirimpettaia straniera, la quale ogni tanto andava sul balcone a fumarsi una sigaretta. Cominciammo a vederci così, e inizialmente ci sorridevamo e basta. Poi, man mano che ci abituammo a incontrarci ‘visivamente’, arrivammo anche a salutarci a voce alta e a chiederci come andasse da una parte all'altra della via – senza mai andare oltre.

15ae1ea95669700200ef99407f26dfb4.jpgUna sera ci fu un tam-tam televisivo e radiofonico per un atto simbolico nazionale in ricordo della strage di Beslan. La notte tra il 4 e il 5 settembre 2004 - ovvero il giorno dopo questo fatto - echeggiò la proposta di lasciare una candela accesa fuori dalla propria finestra.
Comprai un lumino al supermercato e lo misi sul davanzale interno della camera da letto (temevo che all’esterno una folata di vento lo facesse cadere), lasciando le tapparelle aperte in modo tale che lo si potesse vedere da fuori.
La mia dirimpettaia aveva acceso anche lei la sua candela e fui felice di vedere che una persona migrante, ormai residente qui, aveva partecipato come me alla commemorazione delle vittime di un accadimento entrato nell’immaginario collettivo di quel momento.
Quella sera sentii nuovamente che questa casa era finalmente la mia ‘casa’ - il luogo al quale tornare.
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