Vi invito a prendere visione anche degli altri progetti realizzati da costoro - certamente forieri di riflessioni interessanti sullo spazio, il movimento, il rapporto nuovo/antico in ambito urbano.
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09/02/12
On the Corner
Vi invito a prendere visione anche degli altri progetti realizzati da costoro - certamente forieri di riflessioni interessanti sullo spazio, il movimento, il rapporto nuovo/antico in ambito urbano.
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24/10/11
Dithyrambalina
Ho già parlato di Swoon, un'artista che mi piace molto sia per motivazioni, che per concept, materiali e prassi con i quali realizza le proprie opere. Dopo alcuni anni passati a girare con vascelli pirata, l'artista newyorkese è ora a New Orleans, dove sta realizzando il suo nuovo progetto per la comunità: Dithyrambalina.
Dithyrambalina è una casa in corso di costruzione la cui architettura riprende le forme dei cottage di Bywater, quartiere creolo di New Orleans ancora pieno di casette ed edifici abbandonati (dopo la devastazione di Katrina).
Dithyrambalina è una casa in corso di costruzione la cui architettura riprende le forme dei cottage di Bywater, quartiere creolo di New Orleans ancora pieno di casette ed edifici abbandonati (dopo la devastazione di Katrina).
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20/02/09
Etnografia dello spazio urbano III - Povertà, ristrutturazioni, la 'nostra' casa
All’inizio era un complesso di case popolari. Edificate negli anni ’50, i criteri estetici che ne erano alla base avevano fatto esclamare a un’amica bulgara “Sembrano proprio casa mia!”. Gli isolati si ripetevano uguali, composti di edifici squadrati di quattro piani che richiudevano al loro interno cortili in terra battuta adibita a improprio e spartano parcheggio. Nessun bambino vi avrebbe mai potuto giocare.
La povertà regnava (e regna) sovrana e la si poteva riconoscere con qualsiasi organo di senso. Dalla finestra si scorgono ancora adesso balconi pieni di cianfrusaglie ivi depositate in tempi remoti e dimenticate, protette da tele cerate a mo’ di tende che sbattono con un rumore accartocciato e sordo nelle luminose giornate di vento. In estete voci dialettali e voci straniere si mescolano a odori di fritto e di sugo di pomodoro per entrare in casa e ricordarti che quello è il tuo rifugio, ma che non sei mai solo – qualsiasi cosa ti possa accadere.
Per mia nonna questo alloggio era il suo regno, conquistato a fatica e segno del ‘benessere’ raggiunto con il lavoro e il risparmio. Ben diverso da come è oggi - dopo che vi ho messo le mani io trasformandolo nello spazio di una professionista 35enne – aveva ai miei occhi di bambina un aspetto datato, triste e un po’ stantio, pur se mia nonna passava il tempo a tirarlo a lucido. L’aria dimessa dell’appartamento era comune a tutto il palazzo. Bianche le pareti degli alloggi, in legno i mobili a esclusione di quelli in plastica della cucina. Allo stesso modo, bianche erano le pareti delle scale, in marmo i gradini, in legno il mancorrente. Giallina pallida la facciata esterna. Nulla doveva risaltare, nessun cambiamento era possibile: poveri eravamo e poveri dovevamo rimanere.
Ignoro come passammo dall’essere inquilini di casa popolare – grazie a quella subdola matrona di mia nonna che aveva trafficato attraverso un prete per entrare nella graduatoria degli aventi diritto – a proprietari dell’alloggio in questione. So che piano piano tutti i vari inquilini dei vari alloggi riuscirono anch’essi ad acquistarli o a farli acquistare da fratelli, sorelle, nipoti così da creare (salvo per quanto riguarda noi, dato che nel nostro caso la famiglia è sempre stata composta da quattro gatti) una trama di relazioni così che ancora oggi anziché telefonarsi o andarsi a fare visita si aggiornano quotidianamente sulle reciproche condizioni di salute urlando da balcone a balcone.
L’alloggio al secondo piano venne ‘rinfrescato’ alcuni anni fa. Poi io buttai giù le pareti del mio e colorai in lilla e bordeaux il mio ‘castello’ (così lo chiamarono gli altri inquilini del palazzo che videro passare per settimane piastrelle, palchetti in legno, sanitari nuovi e mobili IKEA comprati appositamente). Infine anche al piano rialzato il giovane proprietario buttò giù parte delle pareti e si lanciò nel dipingere quelle rimanenti in viola e verde acqua.
L’euforia ristrutturante attraversò come una scossa elettrica la tromba delle scale e a questo punto i condomini ripresero il vecchio progetto sino a quel momento accantonato di installare finalmente un ascensore, rosicando qualche centimetro a quattro piani di gradini. E così fu. Uno scafandro di non particolare bellezza salvò le gambe e i polmoni di quelli che invecchiavano e destò una rinnovata gioia nei neopensionati che, forse in cerca di nuove battaglie, proposero di riverniciare la tromba delle scale e, di già che c’erano, cambiare il vecchio portone d’ingresso – invero molto buio – con uno nuovo, anch’esso in legno, ma dotato di aperture vetrate per lasciar passare la luce. Si fece anche quello.
Il fervore e l’orgoglio dell’appartenenza a – e del possesso di – uno spazio che pur nella sua modestia diventava sempre più gradevole aprì all’impegno individuale a svuotare le aree comuni delle cantine dalle macerie abbandonate nel tempo, passando attraverso i rimbrotti a chi parcheggiava temporaneamente passeggini o biciclette nel piccolo androne e alla critica alla pulizia sommaria del condominio da parte dell’impresa scelta dall’amministratore. Insomma: i condomini si rivelavano sempre più attenti, gelosi e orgogliosi del palazzo fino a giungere alla decisione di lanciarsi nell’impresa della ristrutturazione delle facciate esterne.
Anni addietro, su una di queste, un tifoso granata aveva scritto “Tororo” (?) con tanto di corna sulla prima ‘o’ che faceva sorridere benevolmente del suo entusiasmo, che l’aveva portato a raddoppiare la seconda sillaba della sua squadra del cuore, chiunque leggesse. Un ponteggio mobile ora lo cancellava e, pur rimanendo l’obbligo di sostituire il color canarino precedente con un’altra anonima vernice gialla, ci prendemmo la libertà di darne tante mani da renderla quasi un ocra. In un guizzo estremo di fantasia e presunzione, infine, facemmo installare tubature per lo scolo dell’acqua piovana in rame all’esterno del palazzo e quando fu libero dai ponteggi a guardarlo dalla strada concordammo soddisfatti che il lavoro era venuto proprio bene. Ci montammo la testa affermando che "aveva qualcosa del Beaubourg" e da quel momento in poi ci sentimmo davvero ricchi.
La povertà regnava (e regna) sovrana e la si poteva riconoscere con qualsiasi organo di senso. Dalla finestra si scorgono ancora adesso balconi pieni di cianfrusaglie ivi depositate in tempi remoti e dimenticate, protette da tele cerate a mo’ di tende che sbattono con un rumore accartocciato e sordo nelle luminose giornate di vento. In estete voci dialettali e voci straniere si mescolano a odori di fritto e di sugo di pomodoro per entrare in casa e ricordarti che quello è il tuo rifugio, ma che non sei mai solo – qualsiasi cosa ti possa accadere.
Per mia nonna questo alloggio era il suo regno, conquistato a fatica e segno del ‘benessere’ raggiunto con il lavoro e il risparmio. Ben diverso da come è oggi - dopo che vi ho messo le mani io trasformandolo nello spazio di una professionista 35enne – aveva ai miei occhi di bambina un aspetto datato, triste e un po’ stantio, pur se mia nonna passava il tempo a tirarlo a lucido. L’aria dimessa dell’appartamento era comune a tutto il palazzo. Bianche le pareti degli alloggi, in legno i mobili a esclusione di quelli in plastica della cucina. Allo stesso modo, bianche erano le pareti delle scale, in marmo i gradini, in legno il mancorrente. Giallina pallida la facciata esterna. Nulla doveva risaltare, nessun cambiamento era possibile: poveri eravamo e poveri dovevamo rimanere.
Ignoro come passammo dall’essere inquilini di casa popolare – grazie a quella subdola matrona di mia nonna che aveva trafficato attraverso un prete per entrare nella graduatoria degli aventi diritto – a proprietari dell’alloggio in questione. So che piano piano tutti i vari inquilini dei vari alloggi riuscirono anch’essi ad acquistarli o a farli acquistare da fratelli, sorelle, nipoti così da creare (salvo per quanto riguarda noi, dato che nel nostro caso la famiglia è sempre stata composta da quattro gatti) una trama di relazioni così che ancora oggi anziché telefonarsi o andarsi a fare visita si aggiornano quotidianamente sulle reciproche condizioni di salute urlando da balcone a balcone.
L’euforia ristrutturante attraversò come una scossa elettrica la tromba delle scale e a questo punto i condomini ripresero il vecchio progetto sino a quel momento accantonato di installare finalmente un ascensore, rosicando qualche centimetro a quattro piani di gradini. E così fu. Uno scafandro di non particolare bellezza salvò le gambe e i polmoni di quelli che invecchiavano e destò una rinnovata gioia nei neopensionati che, forse in cerca di nuove battaglie, proposero di riverniciare la tromba delle scale e, di già che c’erano, cambiare il vecchio portone d’ingresso – invero molto buio – con uno nuovo, anch’esso in legno, ma dotato di aperture vetrate per lasciar passare la luce. Si fece anche quello.
Il fervore e l’orgoglio dell’appartenenza a – e del possesso di – uno spazio che pur nella sua modestia diventava sempre più gradevole aprì all’impegno individuale a svuotare le aree comuni delle cantine dalle macerie abbandonate nel tempo, passando attraverso i rimbrotti a chi parcheggiava temporaneamente passeggini o biciclette nel piccolo androne e alla critica alla pulizia sommaria del condominio da parte dell’impresa scelta dall’amministratore. Insomma: i condomini si rivelavano sempre più attenti, gelosi e orgogliosi del palazzo fino a giungere alla decisione di lanciarsi nell’impresa della ristrutturazione delle facciate esterne.
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06/01/08
Etnografia dello spazio urbano II – La mia ‘mappa cognitiva’, negozi, nuovi ‘amici’
Cambiare casa e andare a vivere in un’altra città, o anche solo in un altro quartiere, significa dover sviluppare una nuova ‘mappa’ di punti di riferimento necessari per le attività fondamentali dell’esistenza quotidiana. E per conoscere un posto nuovo per me non c’è modo migliore di camminarci dentro - sentendone odori e suoni.
I primi giorni in cui abitavo nella casa nuova la mia esplorazione del quartiere si fermava a brevi puntate verso la latteria e la panetteria. La latteria era un negozio d’altri tempi con due porte di ingresso. Una apriva sul lato bar, dove un semplice bancone con la macchina del caffè, un tavolo con la tovaglia a quadri bianca e rossa e quattro sedie ospitavano anziani clienti al mattino e muratori e operai all’ora di pranzo. L’altra porta apriva sulla latteria vera e propria, un ambiente piccolo con uno scaffale refrigerato per i latticini. A fianco della latteria, una panetteria con il forno annesso aveva un aspetto decisamente più moderno, ma anche standardizzato - con il mobilio in legno chiaro grezzo. Una volta questo negozio era più piccolo e i prodotti si ammucchiavano in un caldo e denso disordine. Mio nonno, ogni Natale, comperava qui il pandoro e non perdeva mai l’occasione di acquistare anche un paio di numeri della ‘lotteria della panetteria’ – un’iniziativa che illustra bene la dimensione ‘locale’ della quale sto parlando. Le nostre vincite, in questo caso, si limitavano a una bottiglia di spumante di qualche marca di media qualità.
Come me - e con me - mio nonno paterno amava camminare. Mi prendeva per mano - avevo sei/sette anni - e mi portava in giro nel suo tentativo quotidiano di prendersi qualche ora d’aria da mia nonna. Compravamo per lo più in panetteria: mio nonno si faceva mettere da parte il pane e altre cose, pagava e vi lasciava le borse in consegna per poi riprenderla al ritorno. Poi proseguivamo fino dal giornalaio - un tifoso sfegatato del Torino come tutta la mia famiglia – dove chiedevamo La Stampa e a me, se era già uscito, Topolino. La gestione dell’edicola oggi cambia in continuazione e ogni sabato che mi permetto l’acquisto de La Repubblica non so mai se la troverò aperta o chiusa.
Nelle passeggiate di un tempo la tappa successiva era dalla verduriera, dove gli acquisti terminavano. Ultimamente, una sera, sono entrata in questo negozio alla ricerca di un limone e, appena varcata la soglia, mi ha investito l’odore che c’era già trent’anni fa – odore di mobili vecchi, conserva di pomodoro fatta in casa, cassette di cipolle. Mio nonno, con la sua cortesia piemontese, si intratteneva a lungo a parlare con lei (così come con tutte le commesse e le signore del vicinato, a dire il vero), per poi cercare di nuovo la mia mano e riprendere poco convinto la strada di casa.
Camminava molto, molto, molto lentamente e quasi sempre mi faceva giocare ancora una mezz’ora nei giardini davanti al giornalaio, per poi fermarci ulteriormente al bar dell’angolo, dove prendevamo l’aperitivo – un Punt-è-Mes lui, un Crodino io – leggendo ognuno il proprio giornale.
La ‘mappa’ di mio nonno prevedeva spostamenti verso sinistra. La mia attuale verso destra. Niente politica - solo l’asse sul quale si situano i nostri negozi e locali preferiti. Salvo per la panetteria, i servizi più utili per me sono nella direzione opposta. I primi tempi in cui vivevo qui, non potendomi preparare la colazione in casa, sperimentai tutti i bar della zona alla ricerca del caffè migliore. Su un angolo diverso da quello del caffé scelto da mio nonno, ho trovato il ‘mio’ bar. Col proprietario ormai siamo in confidenza, ci siamo raccontati le nostre storie e ci chiamiamo per nome, sempre mantenendo una gentilezza e una riservatezza ‘sabauda’ – nel loro caso acquisita, nel mio meticcia. Poi ci sono la tabaccheria, con la commessa africana che parla con un accento piemontese più forte del mio, e l'ufficio postale, dal quale partono i miei pacchi per l'altra parte del mondo che tanta perplessità e curiosità suscitano negli impiegati che mi aiutano a spedirli.
I primi giorni in cui abitavo nella casa nuova la mia esplorazione del quartiere si fermava a brevi puntate verso la latteria e la panetteria. La latteria era un negozio d’altri tempi con due porte di ingresso. Una apriva sul lato bar, dove un semplice bancone con la macchina del caffè, un tavolo con la tovaglia a quadri bianca e rossa e quattro sedie ospitavano anziani clienti al mattino e muratori e operai all’ora di pranzo. L’altra porta apriva sulla latteria vera e propria, un ambiente piccolo con uno scaffale refrigerato per i latticini. A fianco della latteria, una panetteria con il forno annesso aveva un aspetto decisamente più moderno, ma anche standardizzato - con il mobilio in legno chiaro grezzo. Una volta questo negozio era più piccolo e i prodotti si ammucchiavano in un caldo e denso disordine. Mio nonno, ogni Natale, comperava qui il pandoro e non perdeva mai l’occasione di acquistare anche un paio di numeri della ‘lotteria della panetteria’ – un’iniziativa che illustra bene la dimensione ‘locale’ della quale sto parlando. Le nostre vincite, in questo caso, si limitavano a una bottiglia di spumante di qualche marca di media qualità.
Come me - e con me - mio nonno paterno amava camminare. Mi prendeva per mano - avevo sei/sette anni - e mi portava in giro nel suo tentativo quotidiano di prendersi qualche ora d’aria da mia nonna. Compravamo per lo più in panetteria: mio nonno si faceva mettere da parte il pane e altre cose, pagava e vi lasciava le borse in consegna per poi riprenderla al ritorno. Poi proseguivamo fino dal giornalaio - un tifoso sfegatato del Torino come tutta la mia famiglia – dove chiedevamo La Stampa e a me, se era già uscito, Topolino. La gestione dell’edicola oggi cambia in continuazione e ogni sabato che mi permetto l’acquisto de La Repubblica non so mai se la troverò aperta o chiusa.
Nelle passeggiate di un tempo la tappa successiva era dalla verduriera, dove gli acquisti terminavano. Ultimamente, una sera, sono entrata in questo negozio alla ricerca di un limone e, appena varcata la soglia, mi ha investito l’odore che c’era già trent’anni fa – odore di mobili vecchi, conserva di pomodoro fatta in casa, cassette di cipolle. Mio nonno, con la sua cortesia piemontese, si intratteneva a lungo a parlare con lei (così come con tutte le commesse e le signore del vicinato, a dire il vero), per poi cercare di nuovo la mia mano e riprendere poco convinto la strada di casa.
Camminava molto, molto, molto lentamente e quasi sempre mi faceva giocare ancora una mezz’ora nei giardini davanti al giornalaio, per poi fermarci ulteriormente al bar dell’angolo, dove prendevamo l’aperitivo – un Punt-è-Mes lui, un Crodino io – leggendo ognuno il proprio giornale.
La ‘mappa’ di mio nonno prevedeva spostamenti verso sinistra. La mia attuale verso destra. Niente politica - solo l’asse sul quale si situano i nostri negozi e locali preferiti. Salvo per la panetteria, i servizi più utili per me sono nella direzione opposta. I primi tempi in cui vivevo qui, non potendomi preparare la colazione in casa, sperimentai tutti i bar della zona alla ricerca del caffè migliore. Su un angolo diverso da quello del caffé scelto da mio nonno, ho trovato il ‘mio’ bar. Col proprietario ormai siamo in confidenza, ci siamo raccontati le nostre storie e ci chiamiamo per nome, sempre mantenendo una gentilezza e una riservatezza ‘sabauda’ – nel loro caso acquisita, nel mio meticcia. Poi ci sono la tabaccheria, con la commessa africana che parla con un accento piemontese più forte del mio, e l'ufficio postale, dal quale partono i miei pacchi per l'altra parte del mondo che tanta perplessità e curiosità suscitano negli impiegati che mi aiutano a spedirli.
Nella notte, infine, in questa zona c’è sempre la certezza di mangiare qualcosa: sull’altro angolo del corso un chiosco dei panini vende salsicce e verdure di dubbia conservazione, ma quando la fame è disperata pure quello va bene. A volte ci vado tornando dai miei giri serali e bevo qualcosa con il gestore, la commessa rumena e i militari in libera uscita della caserma di fronte. Lascio parlare ciascuno a ruota libera, ascolto pezzi di vita e in qualche modo sono felice della diversità che mi ritrovo anche sotto casa. Talvolta questi ragazzi mi accompagnano fino al portone. In altri casi sono da sola e cammino rasente i muri dell’azienda telefonica, nei cui anfratti si riparano con scatoloni e coperte i senzatetto.
Il mio ritorno è protetto in ogni caso: dalle telecamere di sorveglianza, da vicini affettuosi quanto poco riservati, dai mille occhi dietro le tende e le finestre di vecchiette incapaci di dormire – nuovi ‘amici’, nuovi angeli custodi.
Il mio ritorno è protetto in ogni caso: dalle telecamere di sorveglianza, da vicini affettuosi quanto poco riservati, dai mille occhi dietro le tende e le finestre di vecchiette incapaci di dormire – nuovi ‘amici’, nuovi angeli custodi.
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15/12/07
Etnografia dello spazio urbano I - La nuova casa, un’atmosfera famigliare, il palazzo di fronte
Torino: Via Ardigò, via Giordano Bruno, Via Galuppi, Corso Unione Sovietica.
Sono venuta ad abitare qui nell’agosto del 2004. L’alloggio è quello dei miei nonni, ristrutturato a mia misura per farne la MIA casa, quella alla quale poter tornare periodicamente - nel resto della vita - qualsiasi scelta, viaggio, spostamento temporaneo avessi deciso di fare.
Non abitavo qui nel periodo in cui ci vivevano i miei nonni, ma l’odore delle pietanze preparate per pranzo è qualcosa rimasto invariato da trenta anni e suona famigliare e protettivo alle mie narici. Questa è la ragione per la quale in questa casa mi sento così al sicuro e tranquilla – rispetto alla casa precedente in cui la sensazione di estraneità e pericolo erano costanti.
Un’altra ragione di questa nuova (vecchia) sensazione è sicuramente dovuta alla struttura stessa del palazzo, un’ex-casa popolare, come erano tutte quelle presenti in questa zona con le quali condivide la medesima semplice e scarna fisionomia.
Niente di speciale e tutto molto ‘vicino’. Tale prossimità ai miei dirimpettai era un’esperienza inedita, quando mi sono trasferita qui: l’alloggio in cui avevo vissuto sino a quel momento era al decimo (ultimo) piano e non aveva nulla intorno – solo il vuoto – e da lì si vedevano le colline da un lato e le montagne dall’altro.
Ora avevo dei vicini! Cominciai a chiedermi chi fossero e come vivessero. La mia curiosità antropologica e il mio desiderio di osservare e immaginare vennero profondamente stimolati, ma d’altra parte, essendo a mia volta persona riservata, mi fermai a pochi dettagli e non indagai oltre.
Verificai che la mia dirimpettaia, dall’altro lato della strada al medesimo piano, era una ragazza straniera – desumevo ciò dai suoi tratti somatici – ma non compresi subito la sua origine culturale. Nell’appartamento sotto il suo c’era invece una ragazza visibilmente orientale, che passava la maggior parte del tempo a lavare, stendere, bagnare i fiori e telefonare. Provai infine un'invidia pazzesca per le piante di quelli che vivevano al secondo piano del medesimo palazzo, che erano riusciti a rendere il loro balcone una ricchissima serra.
Iniziai a vivere qui nel momento in cui cominciai la scrittura della tesi di dottorato. Al tempo era ‘abitabile’ solo la camera da letto e il bagno, anche se in questo non c’era ancora l’acqua calda (ed essendo estate ciò non rappresentava un problema). Il mio tempo lo passavo interamente al computer nell’area studio della camera - di fronte alla quale c’era appunto quest'altro palazzo.
Tenevo le finestre aperte e il pomeriggio il sole colpiva in pieno la zona notte, riscaldandola ulteriormente. Conobbi ‘a distanza’, e con profondo disappunto, il ragazzino adolescente del terzo piano (sempre nel palazzo di fronte), il quale – approfittando dell’assenza dei genitori – passava i pomeriggi ad ascoltare la radio al massimo volume, riempiendo questa piccola via di soli quattro numeri civici della peggiore musica commerciale in circolazione. Le maledizioni e le minacce di chiamare le forze dell’ordine che puntualmente lo raggiungevano dai diversi balconi nei pomeriggi afosi mi permisero di conoscere i volti di metà degli abitanti di queste case – ciascuno con la propria modalità di comunicazione verbale e imprecazione. Era tutto molto ‘folk’.
Ero entusiasta d’avere finalmente uno spazio mio. Immaginavo che sarei stata finalmente disordinata e caotica come – di fatto – sono, ma alla fine diventai maniacale e ordinatissima, come un animale che protegge la sua tana.
Scrivevo tutto il giorno e a metà del pomeriggio mi concedevo una merenda o un the. Le mie pause coincidevano con quelle della mia dirimpettaia straniera, la quale ogni tanto andava sul balcone a fumarsi una sigaretta. Cominciammo a vederci così, e inizialmente ci sorridevamo e basta. Poi, man mano che ci abituammo a incontrarci ‘visivamente’, arrivammo anche a salutarci a voce alta e a chiederci come andasse da una parte all'altra della via – senza mai andare oltre.
Una sera ci fu un tam-tam televisivo e radiofonico per un atto simbolico nazionale in ricordo della strage di Beslan. La notte tra il 4 e il 5 settembre 2004 - ovvero il giorno dopo questo fatto - echeggiò la proposta di lasciare una candela accesa fuori dalla propria finestra.
Comprai un lumino al supermercato e lo misi sul davanzale interno della camera da letto (temevo che all’esterno una folata di vento lo facesse cadere), lasciando le tapparelle aperte in modo tale che lo si potesse vedere da fuori.
La mia dirimpettaia aveva acceso anche lei la sua candela e fui felice di vedere che una persona migrante, ormai residente qui, aveva partecipato come me alla commemorazione delle vittime di un accadimento entrato nell’immaginario collettivo di quel momento.
Quella sera sentii nuovamente che questa casa era finalmente la mia ‘casa’ - il luogo al quale tornare.
Sono venuta ad abitare qui nell’agosto del 2004. L’alloggio è quello dei miei nonni, ristrutturato a mia misura per farne la MIA casa, quella alla quale poter tornare periodicamente - nel resto della vita - qualsiasi scelta, viaggio, spostamento temporaneo avessi deciso di fare.
Non abitavo qui nel periodo in cui ci vivevano i miei nonni, ma l’odore delle pietanze preparate per pranzo è qualcosa rimasto invariato da trenta anni e suona famigliare e protettivo alle mie narici. Questa è la ragione per la quale in questa casa mi sento così al sicuro e tranquilla – rispetto alla casa precedente in cui la sensazione di estraneità e pericolo erano costanti.
Un’altra ragione di questa nuova (vecchia) sensazione è sicuramente dovuta alla struttura stessa del palazzo, un’ex-casa popolare, come erano tutte quelle presenti in questa zona con le quali condivide la medesima semplice e scarna fisionomia.
Ora avevo dei vicini! Cominciai a chiedermi chi fossero e come vivessero. La mia curiosità antropologica e il mio desiderio di osservare e immaginare vennero profondamente stimolati, ma d’altra parte, essendo a mia volta persona riservata, mi fermai a pochi dettagli e non indagai oltre.
Iniziai a vivere qui nel momento in cui cominciai la scrittura della tesi di dottorato. Al tempo era ‘abitabile’ solo la camera da letto e il bagno, anche se in questo non c’era ancora l’acqua calda (ed essendo estate ciò non rappresentava un problema). Il mio tempo lo passavo interamente al computer nell’area studio della camera - di fronte alla quale c’era appunto quest'altro palazzo.
Tenevo le finestre aperte e il pomeriggio il sole colpiva in pieno la zona notte, riscaldandola ulteriormente. Conobbi ‘a distanza’, e con profondo disappunto, il ragazzino adolescente del terzo piano (sempre nel palazzo di fronte), il quale – approfittando dell’assenza dei genitori – passava i pomeriggi ad ascoltare la radio al massimo volume, riempiendo questa piccola via di soli quattro numeri civici della peggiore musica commerciale in circolazione. Le maledizioni e le minacce di chiamare le forze dell’ordine che puntualmente lo raggiungevano dai diversi balconi nei pomeriggi afosi mi permisero di conoscere i volti di metà degli abitanti di queste case – ciascuno con la propria modalità di comunicazione verbale e imprecazione. Era tutto molto ‘folk’.
Ero entusiasta d’avere finalmente uno spazio mio. Immaginavo che sarei stata finalmente disordinata e caotica come – di fatto – sono, ma alla fine diventai maniacale e ordinatissima, come un animale che protegge la sua tana.
Scrivevo tutto il giorno e a metà del pomeriggio mi concedevo una merenda o un the. Le mie pause coincidevano con quelle della mia dirimpettaia straniera, la quale ogni tanto andava sul balcone a fumarsi una sigaretta. Cominciammo a vederci così, e inizialmente ci sorridevamo e basta. Poi, man mano che ci abituammo a incontrarci ‘visivamente’, arrivammo anche a salutarci a voce alta e a chiederci come andasse da una parte all'altra della via – senza mai andare oltre.
Comprai un lumino al supermercato e lo misi sul davanzale interno della camera da letto (temevo che all’esterno una folata di vento lo facesse cadere), lasciando le tapparelle aperte in modo tale che lo si potesse vedere da fuori.
La mia dirimpettaia aveva acceso anche lei la sua candela e fui felice di vedere che una persona migrante, ormai residente qui, aveva partecipato come me alla commemorazione delle vittime di un accadimento entrato nell’immaginario collettivo di quel momento.
Quella sera sentii nuovamente che questa casa era finalmente la mia ‘casa’ - il luogo al quale tornare.
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