mappe|luoghi|comunità|memoria|identità
15/02/14
14/02/14
Dalla Flânerie alla Deambulazione surrealista
La terra,
sotto i miei piedi,
non è altro che un immenso
giornale spiegato.
A volte passa una fotografia,
è una curiosità qualunque
e dai fiori nasce uniformemente
il profumo,
il buon profumo
dell’inchiostro di stampa
(André Breton, Poisson soluble, 1924)
Parlare di letteratura in riferimento all’atto del camminare, indagare le connessioni che hanno legato e legano il movimento del corpo nello spazio alla scrittura, non può prescindere da una seppur breve analisi della “storia del camminare”.
Più o meno fino alla Rivoluzione Industriale camminare rimane azione legata quasi esclusivamente dalla dimensione della necessità: si compiono lunghi tragitti a piedi, a volte viaggi veri e propri, ci si sposta ogni giorno per andare al lavoro. A un progressivo cambiamento del rapporto tra uomo e camminare si assiste, dunque, in seguito alle profonde trasformazioni a cui l’economia, la società e, soprattutto, le città saranno sottoposte in seguito alla crescita tecnologica ed economica. La crescente disponibilità di risorse, la diffusione di mezzi di trasporto meccanici e l’espansione rapidissima dei tessuti urbani sono gli elementi che rivoluzionano tale rapporto, lo ridisegnano ponendolo al centro dell’attenzione.
Non a caso, proprio in una città che, a causa della sua crescita vertiginosa, ha raggiunto un elevato grado di complessità e di “estraneità” per il suo abitante nasce la figura del flâneur, il modello per eccellenza di “esploratore” del labirinto urbano, che si affida al camminare per percorrere la città abbandonandosi senza controllo alla complessità della rete stradale, un’inesplorata foresta ai cui alberi si sono sostituiti palazzi, monumenti, edifici pubblici, in cui scorre un elemento ancora nuovo: la folla.
In questo nuovo ambiente si muove Charles Baudelaire di cui Walter Benjamin scrive:
Nessuno si è mai sentito tanto poco a casa propria a Parigi quanto Baudelaire (*).
Si può dire che lo Spleen di Baudelaire rappresenti lo spartiacque a partire dal quale letteratura e poesia hanno incominciato a interrogarsi sul rapporto tra individuo (una volta per sempre cittadino) e spazio urbano. Le coordinate all’interno del quale l’individuo è inserito sono profondamente cambiate, com’è cambiato lo stesso paesaggio, e con essi percezioni, abitudini, necessità, paure. Nei versi di Baudelaire prende forma una “grande città che non conosce alcun vero crepuscolo della sera: l’illuminazione artificiale gli sottrae il suo lento trapassare nella notte”(**). Una città trasformata agli occhi del poeta dalla produzione di massa, che si estende in nuovi smisurati quartieri, sempre più inafferrabile, caotica, fuori misura.
Ma Baudelaire, con la sua opera poetica che è anche nuovo manifesto del vivere lo spazio urbano, in questo caso rappresenta una premessa a ciò che sarà dopo.
Siamo sempre a Parigi, il 24 aprile del 1921. I dadaisti Jean Crotti, Georges D’Esparbès, André Breton, Georges Rigaud, Paul Èluard, Georges Ribemont Dessaignes, Benjamin Péret, Théodore Fraenkel, Louis Aragon, Tristan Tzara e Philippe Soupault si danno appuntamento alla chiesa di Saint Julien le Pauvre per la prima escursione nella città “banale”, ordinaria. L’esplorazione di alcuni luoghi cittadini per Dada costituisce la possibilità di riconnettere arte e vita, spazio e creazione letteraria in un’unica azione. In questo senso è fatta salva l’eredità originaria del flâneur e della flânerie, che in questo modo assurge a operazione estetica, “trasformando” lo spazio urbano in qualcosa da rielaborare ospitando letture, azioni improvvisate, coinvolgimento dei passanti, distribuzione di doni e di racconti. Dada legge lo spazio urbano, e il a”banale” contenuto in esso, come luogo della freudiana ricerca dell’inconscio cittadino.
Nel 1924, ancora a Parigi, Breton, Vitrac, Morise e Argon organizzano una Deambulazione in aperta campagna. Partono in treno e raggiungono Blois, poi si incamminano a piedi fino a Romorantin. Breton racconterà questa deambulazione negli Entretiens, descrivendola come occasione di prolungate conversazioni in assenza di ogni scopo concreto che farà emergere dinamiche sconosciute nel gruppo di camminatori, sollecitando “l’esplorazione ai confini tra la vita cosciente e la vita di sogno”. Al ritorno dalla deambulazione, Breton scriverà l’introduzione di Poisson Soluble, che diventerà in seguito il Manifesto del Surrealismo.
Con le azioni dei dadaisti prima e dei surrealisti poi, è nato un nuovo modo di stare nel nuovo spazio urbano. Da questo punto in poi la scrittura in relazione ai luoghi della città occuperà una posizione “critica”, non potrà fare a meno di porsi degli interrogativi, mettendo sotto esame la città, i suoi abitanti nell’abitarla e nell’attraversarla. Come si vedrà in seguito, in molti casi saranno gli scrittori, in anticipo o parallelamente agli studiosi, a porsi il problema di questo rapporto, avvicinando sempre più lo scrivere al movimento nella dimensione urbana.
(*)Walter Benamin, I “passages” di Parigi, Einaudi, pag. 364
(**)Ibid, pag. 374
Bibliografia
Charles Baudelaire, Lo Spleen di Parigi, Feltrinelli
Walter Benjamin, I “passages” di Parigi, Einaudi
André Breton, Manifesti del Surrealismo, Einaudi
Etichette:
breton,
camminare,
città,
dada,
dadaismo,
flanerie,
Parigi,
spazio urbano,
surrealismo
03/02/14
Bizzarrie architettoniche
I luoghi nel quali viviamo o che attraversiamo sicuramente sono informati della nostra presenza, dei nostri gusti, del nostro carattere. Ma parimenti, le loro caratteristiche modellano almeno in parte il modo in cui li vivremo e ci rapporteremo loro.
Voi che ne pensate di questi? Curiosi, nevvero?
Habitat 67 (Montreal, Canada)
The Crooked House (Sopot, Polonia).
Kansas City Library (Missouri, USA).
Low impact woodland house (Wales, Regno Unito).
The National Library (Minsk, Bielorussia).
House Attack (Vienna, Austria).
Bibliotheca Alexandrina (Alessandria, Egitto).
Casa da musica (Porto, Portogallo).
Olympic Stadium (Montreal, Canada).
Conch Shell House (Isla Mujeres, Messico).
Cubic Houses (Kubus woningen) (Rotterdam, Olanda).
Eden project (Cornovaglia, Regno Unito).
Ideal Palace (Hauterives, Francia).
The Church of Hallgrimur (Reykjavik, Islanda).
The Museum of Play (Rochester, USA).
Montreal Biosphere (Canada).
Wonderworks (Pigeon Forge, TN, USA).
Kunsthaus (Graz, Austria).
Stone House (Guimaraes, Portogallo).
Lotus Temple (Delhi, India).
Forest Spiral (Darmstadt, Germania).
Wooden Gagster House (Archangelsk, Russia).
03/01/14
Cage of silence
Il 19 giugno a Milano si è svolta una Deriva Psicogeografica - "Passaggio a Nord-Est. Psicogeografia a Milano" - organizzata da Passeggiate d'Autore, inserita nel programma di Festival Letteratura Milano. A dirigere le operazioni esplorative Dario Borso, partendo da via Cascia e raccontando la città vista grazie all'ausilio di Guy Debord e il metodo di ascolto dei suoni di John Cage. La nota, firmata da Lisa Topi, è il tentativo di raccontare l'esperienza fatta sull'asfalto. In fondo all'articolo il link al video di Giulia Ciniselli girato dalle parti di via Cascia.
P.M.
P.M.
La nostra deriva psicogeografica ha inizio in via Cascia 6, nel nord est di Milano, dove gli spazi architettonici pur conservando i segni dell’abbandono industriale hanno assunto un’affascinante forma umana, di quiete imponente commista a un presagio di decadenza. Cominciamo senza Debord. O forse è proprio la deriva di Debord che stiamo portando alla deriva. Perché, se Debord ha teorizzato la necessità del lasciarsi andare nell’esplorazione urbana come pratica di riappropriazione dell’individualità, non ci ha spiegato sufficientemente a fondo in che modo.
L’idea è che attraverso la deriva l’uomo riesca a liberarsi dal giogo della vita quotidiana. E la possibilità della deriva gli permette di riconoscersi come essere distinto dall’animale che, per istinto, tende immancabilmente al ritorno. Ma come si procede concretamente? La prima operazione – un suggerimento ci arriva già da Herder e dall’illuminismo radicale – sta nell’osservare l’adattabilità umana all’ambiente, altra caratteristica che ci differenzia dall’animale ed è speculare alla nostra condizione di vuoto, carenza e desiderio di ricerca. Il passo successivo è prendere atto della capacità di dividere i sensi, origine del processo di decostruzione che consente all’uomo di raffinare la sua sensibilità estetica. Il fine della deriva, propone Dario Borso, non è lasciare che il paesaggio pervada tutti i nostri sensi, come voleva Debord, ma concentrarci solo sull’udito. Seguire l’insegnamento di John Cage, per cui il silenzio non esiste come assoluto ma solo come condizione del suono, e rivolgere l’attenzione ai rumori servendoci il meno possibile della vista. Si tratta di sperimentare simultaneamente ad altri quello
che, in principio, dovrebbe essere un esercizio solitario per cui è importante tentare di sottrarsi al rischio della deriva collettiva, trascurato da Debord, di lasciare che sia un elemento del gruppo a orientare il cammino degli altri. Altrimenti la deriva si trasformerebbe in un percorso guidato, in antitesi allo scopo di attraversare una geografia senza meta. Del resto come dimostra Bion, iniziatore della psicoanalisi di gruppo, un insieme di persone non è mai composto da sodali che interagiscono alla pari ma da esperienze frammentarie, singolarità e psiche irriducibili a un corpo unico. E dunque la deriva di gruppo può rivelarsi tutt’altro che pacifica!
Inevitabilmente ci si cerca, ci si scontra e ci si ricompone, avanzando rapidi o lentamente, finché ci si perde. E’ una “domenica a piedi” e a fare da sottofondo alla nostra deriva è lo sgretolio dell’asfalto sotto i passi, una vibrazione monocorde utile a non farsi ingabbiare dal flusso dei pensieri nell’obiettivo di focalizzarsi sull’istantaneo. Alla fine ci si ritrova a teste basse in via del Ricordo a portare, ognuno di noi, le tracce di un eco personale: delle grida, il canto di un gallo, lo schizzo delle ruote su una pozzanghera, la scia di un aereo prolungata in un om.
Andante presto, maestoso e grave morendo sono i tre movimenti che costituiscono il video di Dario Borso quattro minuti, trentatré secondi, frutto della sua deriva in omaggio alla composizione rivoluzionaria di John Cage.
Lisa Topi
Deriva in Via Cascia
06/12/13
Neoluoghi e due libri
Si dice a ragione che i non luoghi intesi originariamente da Augé non esistono più. Certo. Per loro natura e per definizione teorica dello stesso Augé i non luoghi non possono essere eterni, dipendono da un concetto destinato ad affievolire. Ed è un argomento facile da capire: un non luogo, ovvero un luogo che non ci rimanda una storia, una memoria, non è per noi un luogo. Per cui un centro commerciale - forse meno un aeroporto - sono inziialmente dei non luoghi. Poi entrano nelle nostre abitudini, sono frequentati, sono luogo di appuntamento e di incontro, cominciano a contenere storia e memoria.
C'è poco da sbagliare, insomma, e poco da scoprire, è un'ovvietà che lo stesso Augé prevedeva molti anni fa scrivendo di non luoghi.
Io però, mi sono detto: cosa posso definire come non luogo? Dove si sposta, se si sposta, la categoria nonluoghica? E anche: se esistono non luoghi, ancora, o se ce ne sono di nuovi, cosa "fa" l'individuo, il cittadino nei confronti di questi neo-non-luoghi?
Proviamo a pensare la città - la bigness di cui parla Rem Koolhaas - come un tendenziale enorme NONLUOGO, ovvero pensiamo a una città che diventa - nel quadro di caratteristiche che sono sempre più caratteristiche della città globale - poco riconoscibile da parte dei suoi abitanti, sempre più priva di storia, di riferimenti, di memorie. Nella bigness prevale l'ordine socio-politico della produzione e del consumo, il piallamento delle diversità-resistenti, dell'alternativa in quanto tale. Trionfano le traiettorie e non i percorsi, si sbriciolano i LUOGHI che tornano ad essere SPAZIO.
Penso anche a De Certeau, alla sua idea di camminare, la deambulazione, come forma di resistenza, come forma di opposizione all'ordine costituito e inscritto nell'architettura della città. Penso alla RESISTENZA.
Cose'è resistere nella bigness? Cosa significa? Provo, in forma di riflessione e non di enunciazione, a rispondermi.
Resistere è tornare a "costruire" luoghi. Luoghi nel senso più profondamente augeiano. Luoghi che significhino, che rimandino, che appartengano, che conservino, che dicano, che ci raccontino di noi stessi. Che possano più facilmente di altri rimandarci il ricordo fantasmatico del nostro corpo e dell' esser-ci-stati.
Penso alla resistenza, ai luoghi e a chi, forse, nella città nuova dell'oggi resiste: graffitari che segnano il territorio, creano santuari cromatici nelle nicchie della metropoli. Comunità di persone provenienti da altre nazioni che colonizzano spazi pubblici, parchi, giardini, angoli di piazze eleggendoli a loro punti di riferimento e di ritrovo. Penso ai giocatori di cricket al Parco Trotter, pakistani e singalesi, che nel fine settimana giocano a cricket al parco, e c'è perfino un loro conterraneo, venditore ambulante di certi cartoccetti pieni di cosine fritte (non so cosa siano) che trasporta la sua merce su un carrello della spesa riattato.
Poi mi sono trovato a leggere La città imprevista. Il dissenso nell'uso dello spazio urbano di Paolo Cottino (Eleuthera). Nell'introduzione, ad opera di Antonio Tosi, si fa riferimento a un'analisi delle pratiche degli abitanti delle città secondo una illustre tradizione che affida la capacità critica delle scienze sociali alla contrapposizione tra i sistemi e i modelli di gestione della città consolidati nelle discipline, nelle professioni, nell'amministrazione da un lato, e dall'altra le esperienze, i vissuti, le pratiche che gli abitanti sperimentano nella loro vita quotidiana e che rivelano principi d'ordine diversi da quelli amministrati, espressioni di "razionalità" diverse da quelle che ordinano la pianificazione (Gans, Pétonnet, de Certeau, per citare solo alcuni nomi). In questo caso al centro dell'attenzione sono le pratiche "spontanee", i "fenomeni urbani spontanei, informali e autorganizzati che si sviluppano negli interstizi delle nostre città".
E poi ho ricevuto dall'editore O barra O La città sradicata. Geografie dell'abitare contemporaneo. I migranti mappano Milano. Un libro che prova a scrivere - dopo aver fatto scrivere - una nuova geografia del capoluogo lombardo, visto appunto dai suoi abitanti più "recenti".
18/11/13
Come volete vivere?
Oggi mi arriva da un amico l'informazione che un pub inutilizzato da anni e riportato in vita tempo fa dopo un'occupazione da parte di alcuni ragazzi che l'avevano reso come nelle due foto che seguono è stato sgomberato. Trattasi del Bohemia Pub a Finchley (Nord di Londra).
Il luogo era divenuto un punto di riferimento, con le solite cose che si trovano in questi spazi: cura per bevande e cibo, prezzi accessibili a chiunque, attenzione alle relazioni interpersonali e alla costruzione di senso di comunità, e un po' di umanità per tutti.
Ecco: i poliziotti hanno fatto irruzione con i cani e distrutto tutto ciò che è capitato loro a tiro.
Un paio di settimane fa sono stata a una conferenza in cui si parlava del progetto edilizio che sta distruggendo l'area urbana di Paceville, a Malta. Tale progetto consiste nella progressiva eliminazione di quartieri poveri, ma tuttora abitati, per costruire spazi di lusso sotto forma di enclavi non comunicanti con l'esterno se non attraverso singole micro entrate/uscite. Enclavi circondate da muri, con camere di sorveglianza a loro protezione e ronde di polizia privata.
Una cosa tipo questa qui sotto:
Non so che sembri a voi, ma a me dà l'idea di un carcere. E io in carcere non riuscirei a sopravvivere. Senza parlare del convivere con la costante paura che qualcuno riesca a entrare e farmi del male, o che l'autoisolamento diventi poi mancato accesso alle risorse per la sopravvivenza.
Ecco: il potere mondiale dal quale siamo stati tramutati in schiavi sta imponendoci il secondo modello, e lo fa con la sua mano armata, ovvero la polizia. Che nulla può se non imparare a pensare, prima d'agire, e magari mettere in dubbio gli ordini che le vengono dati.
Perché ciò cui costringeranno loro - come noi - sarà una vita vissuta interamente nel terrore e nel sospetto, mentre una vita vissuta nella costruzione amorevole di relazione e solidarietà con gli altri metterebbe al riparo da quei pericoli che fanno alzare muri, ovvero prigioni nelle quali poi, consenzienti con la violenta perversione di quel potere, moriremo stupidamente, senza senso, e prima del tempo.
24/02/13
‘Cartografías contemporáneas. Dibujando el pensamiento’
Ieri è stato l'ultimo giorno in cui si poteva visitare - presso il Caixa Forum di Madrid - la mostra Cartografías contemporáneas. Dibujando el pensamiento, un'esposizione dedicata alla mappa non solo come rappresentazione geografica dello spazio, ma come strategia di rappresentazione soggettiva di noi stessi in specifici luoghi.
In sintesi - e questo veniva esplicitato già nel pannello iniziale - l'obiettivo della mostra consisteva nel presentare il modo in cui l'uomo illustra i proprio posizionamento nel mondo, nell'esperienza della vita e nelle relazioni con gli altri. Per tale ragione il discorso muoveva da sistemi di orientamento nello spazio 'oggettivi', cartografici, misurabili e comparabili - le cartine geografiche di antica e recente data, i sistemi di geolocalizzazione attuali - alla considerazione del rapporto reale-virtuale nel nostro 'situarci nel mondo, nel tempo e nella vita' e alla produzione artistica che indaga e visualizza tale seconda opzione.
Di qui, pertanto, approfondimenti artistici 'cartografici' di temi quali lo spazio fisico (ma anche politico, economico, militante), lo spazio mentale (dal pensiero ai sogni), il corpo come strumento di percezione del mondo - restituiti attraverso in primis il disegno, ma anche il collage fotografico e non, la realizzazione di teche tridimensionali e infine, perché no?, anche la danza (v. video della Serpentine Dance in conclusione a questo post).
Danse Serpentine [II] (Cat. Lumiere n765-I)(1897 - 1899). [the American dancer Loie Fuller (1862 - 1928) became famous for the veils that she twirled around her during her choreographies. Her first work, Serpentine Dance, was staged in New York in 1892 and was an instant hit. Illuminated by dozens of side projectors, Loie Fuller was able to make her body disappear under a veil several meters long, whirling on a glass square backlit by colored bulbs...]
In sintesi - e questo veniva esplicitato già nel pannello iniziale - l'obiettivo della mostra consisteva nel presentare il modo in cui l'uomo illustra i proprio posizionamento nel mondo, nell'esperienza della vita e nelle relazioni con gli altri. Per tale ragione il discorso muoveva da sistemi di orientamento nello spazio 'oggettivi', cartografici, misurabili e comparabili - le cartine geografiche di antica e recente data, i sistemi di geolocalizzazione attuali - alla considerazione del rapporto reale-virtuale nel nostro 'situarci nel mondo, nel tempo e nella vita' e alla produzione artistica che indaga e visualizza tale seconda opzione.
Di qui, pertanto, approfondimenti artistici 'cartografici' di temi quali lo spazio fisico (ma anche politico, economico, militante), lo spazio mentale (dal pensiero ai sogni), il corpo come strumento di percezione del mondo - restituiti attraverso in primis il disegno, ma anche il collage fotografico e non, la realizzazione di teche tridimensionali e infine, perché no?, anche la danza (v. video della Serpentine Dance in conclusione a questo post).
| I got up. On Kawara (1970). |
![]() |
| Traer el mundo al mundo. Alighiero Boetti (1984). Foto: Cortesía Caixaforum |
![]() |
| Una linea trazada caminando. Richard Long (1967). Collection Dorothee and Konrad Fischer. Foto: Cortesía Caixaforum |
| Autogeografía. Saul Steinberg (1966). The Saul Steinberg Foundation, New York. Foto: Cortesía Caixaforum |
| Joaquín Torres García. América invertida (1943). Foto: Cortesía Caixaforum |
| Contingent. Adriana Varejão (1998-2000). |
Danse Serpentine [II] (Cat. Lumiere n765-I)(1897 - 1899). [the American dancer Loie Fuller (1862 - 1928) became famous for the veils that she twirled around her during her choreographies. Her first work, Serpentine Dance, was staged in New York in 1892 and was an instant hit. Illuminated by dozens of side projectors, Loie Fuller was able to make her body disappear under a veil several meters long, whirling on a glass square backlit by colored bulbs...]
Etichette:
arte,
cartografia sentimentale,
mappe,
mappe mentali,
psicogeografia,
spazio urbano
Iscriviti a:
Post (Atom)










